Sotto il cielo di Gaza nessun luogo è sicuro. Lo sa bene suor Nabila Saleh, preside da nove anni della scuola delle Rosary’s Sisters, la più grande e accreditata della Striscia. Di origini egiziane, ci è arrivata per la prima volta nel 2008, un anno dopo l’avvento di Hamas al potere. Quarantacinque anni, temperamento energico, esperta di gestione delle risorse umane, ha già suo malgrado accumulato a più riprese i traumi del conflitto israelo-palestinese, ma anche quelli generati dalle frizioni tra le diverse fazioni islamiste. Conosce la difficoltà di ricostruire una psiche provata da tanti shock bellici. 

 

Quel boato tremendo dell’ospedale esploso

Non senza il timore di consumare l’autonomia del suo cellulare, la raggiungiamo mentre è indaffarata con le attività dei bambini. Con altri circa cinquecento cristiani, si è trasferita nei locali della chiesa latina Sacra Famiglia di Gaza, l’unica cattolica della Striscia. Nel compound, tra gli altri, ci sono persone che hanno perso il lavoro, anziani, disabili gravi. Hanno scelto di restare qui, e di non spostarsi verso sud. Il distretto è quello di Al-Zeitun, molto vicino dall’ospedale anglicano Al-Ahli al-Arabi, dove sono morte 471 persone nell’esplosione di un razzo il 17 ottobre. «Diversi giovani accampati qui al nord della Striscia lavoravano proprio in quella struttura», ci spiega la religiosa. «Provvidenzialmente si sono salvati perché erano già rientrati quando è avvenuta la tragedia. Tornando sul posto hanno visto la devastazione più totale: in quel presidio sanitario c’erano rifugiati, feriti di guerra… Che dolore. Il boato è stato tremendo», racconta. 

 

I bambini hanno paura, vogliono baciare i nostri rosari 

A dimostrare tutta la propria vicinanza spirituale è stato nuovamente papa Francesco: «Ci ha chiamato il giorno dopo questa tragedia», afferma la suora. Lo aveva già fatto il 16 ottobre, così come costantemente si tiene informato comunicando con il parroco di Gaza, padre Gabriele Romanelli, bloccato ancora a Betlemme, desideroso di fare presto ritorno tra i suoi fedeli. «Il papa ci ha detto che sta facendo il possibile per chiedere la pace», riferisce suor Nabila. «Non sappiamo quando finirà questo calvario, siamo entrati in un disastro. Preghiamo di continuo. Mi colpisce molto – prosegue –vedere i bambini che, quando ci incontrano, subito corrono verso di noi e baciano il rosario di legno che abbiamo in mano». Un gesto di tenerezza, di voglia di riparo in quel piccolo legno di croce, in quella catena sgranata minuto per minuto. 

 

Quello che stiamo vivendo fa ammalare il cuore

Per Gaza «uno sforzo umanitario importante e duraturo» è stato reclamato dal segretario generale dell’ONU, al Cairo, mentre l’OMS invita Israele ad aggiungere carburante alle forniture salvavita che possono entrare nella Striscia. «Il problema è che nessuno ha il coraggio di dire no alle armi, di dire no ai soldi investiti per comprare missili», ripete suor Saleh. «Preghiamo per la pace. Ogni giorno celebriamo due messe, una alle 8, l’altra alle 17. Tutto il giorno ci sono bombardamenti, i più piccoli hanno paura, gridano. Cercano di giocare, anche. C’è una bambina che vuole tornare a casa tra le sue bambole, rimpiange la scuola». Quella scuola ritenuta d’eccellenza, che fino a un paio di anni fa contava poco più di un migliaio di studenti, dall’asilo alle superiori. Ora è una specie di miraggio. «Qualche volta cerco di chiamare alcune famiglie degli studenti, mi informo, ma per il resto ho perso i contatti. Quello che stiamo vivendo fa ammalare il cuore». 

 

Antonella Palermo

Giornalista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap