I volontari delle parrocchie e la Chiesa del futuro

Il teologo e sociologo austriaco Paul M. Zulehner ha condotto, su incarico dell’Azione cattolica della diocesi di St. Pölten, un’indagine sul volontariato ecclesiale e il suo ruolo nella Chiesa del XXI secolo. L’Austria per certi aspetti assomiglia all’Italia, con un tessuto sociale tradizionalmente cattolico, anche se diversamente dal nostro paese impiega nelle parrocchie anche operatori pastorali a tempo pieno, retribuiti. In un post sul suo blog Zulehner espone i risultati della ricerca, pubblicati nel volume …weil es mir Freude macht («…perché mi dà gioia», con Armin Haiderer). (D. S.)

Prima le notizie meno buone. Per quasi due terzi, gli intervistati nei paesi di lingua tedesca hanno dichiarato di aver già pensato di abbandonare il volontariato ecclesiale.

Le ragioni sono molteplici. Alcuni sono talmente impegnati con la famiglia e il lavoro da non avere più tempo da dedicare alla vita sociale. Altri sono frustrati dalla Chiesa: dai pastori, ma anche dagli altri volontari nella comunità. Anche l’immagine della Chiesa è un peso per molti: alcuni si vergognano di dire che vi dedicano il proprio tempo libero. Molti, infine, hanno pensato di abbandonare per motivi di età. E la maggior parte lamenta la difficoltà di reclutare giovani per il volontariato nelle comunità ecclesiali.

 

Un ambito che si sta sviluppando

Ma non è detto che le cose restino così, dice lo studio, a patto che il volontariato ecclesiale continui a svilupparsi. E questa è la buona notizia: questo sviluppo è in pieno svolgimento. Lo studio dimostra che la motivazione di questa dimensione nella Chiesa sta già cambiando.

Tradizionalmente l’attenzione si concentrava solo sul lavoro «per ricevere la ricompensa di Dio». Ma un numero sempre maggiore di intervistati, soprattutto i più giovani, sta aggiungendo che impegnarsi nelle attività ecclesiali dà anche un grosso contributo al proprio sviluppo personale, offrendo ai «desideri profondi» un ulteriore spazio per «esprimersi». Tra essi vi sono il desiderio di riconoscimento, di espressione creativa, di appartenenza. La ricompensa di Dio e l’autogratificazione non si escludono a vicenda, così come l’amore per Dio, per il prossimo e per sé stessi.

 

Ricostruire la forma della Chiesa

Le Chiese stanno subendo una profonda ristrutturazione della loro forma sociale. Dopo il concilio Vaticano II, una Chiesa clericale e sacerdotale in regioni economicamente forti è diventata una moderna Chiesa di servizio con personale professionale a tempo pieno. Tuttavia in molti casi (anche se non dappertutto) si è trascurato di costruire una «Chiesa vocazionale» in conformità con l’insegnamento del concilio Vaticano II, in cui tutte le persone battezzate – uguali in dignità e vocazione (Lumen gentium, n. 32; Codice di diritto canonico, can. 208) – portano avanti la vita e l’opera della Chiesa nelle sue congregazioni, comunità e istituzioni.

Questa ritardata trasformazione della Chiesa è attualmente necessitata dalla mancanza di preti e di risorse. Nel processo, ai laici vengono assegnati compiti dai preti e dagli operatori pastorali a tempo pieno. Secondo lo studio, tuttavia, molti volontari rifiutano giustamente di essere dei semplici tappabuchi per la mancanza di preti e operatori pastorali a tempo pieno.

Allo stesso tempo sono sempre di più quelli che comprendono che la chiamata di Dio al suo popolo conferisce loro una «responsabilità personale insostituibile» (Sinodo di Würzburg 1972-1975) per contribuire alla vita e all’opera della Chiesa. Solo questa forma di Chiesa della vocazione e della partecipazione potrà sopravvivere. Da qui il sottotitolo della pubblicazione dell’indagine: «Il volontariato rende le Chiese adatte al futuro». Coloro che hanno a cuore il futuro della Chiesa e la sua capacità di agire nel mondo e per il mondo di oggi faranno del loro meglio per promuovere questo tipo di partecipazione ecclesiale.

Lo studio offre preziosi indizi su ciò che favorisce la promozione del volontariato ecclesiale.

 

La chiamata accolta

1. A livello fondamentale è importante che le persone abbiano accolto la chiamata di Dio. Quanti hanno pronunciato il loro «eccomi» sanno per che cosa si impegnano. Chi ha questo tipo di determinazione non si lascerà turbare dal «lato oscuro» della comunità ecclesiale e dell’impegnarsi al suo interno. Queste persone – nonostante tutti i venti contrari – considerano il servizio della Chiesa nel mondo di oggi più urgente che mai. Sono quasi orgogliosi di prestarsi alla missione di Gesù di far arrivare sulla terra il regno di Dio, il Cielo, proprio in questi nostri tempi. Almeno in tracce. E nonostante tutte le loro irritazioni nei confronti della Chiesa, sanno che questa missione di Gesù ha bisogno delle comunità ecclesiali per un «mondo più celeste».

 

I doni riconosciuti

2. I chiamati sono i dotati. Innanzitutto i battezzati hanno l’obbligo di riconoscere, sviluppare e mettere a disposizione i loro doni, dati dallo Spirito di Dio. Ma la comunità ha anche il dovere di sostenere i volontari e i loro talenti affinché siano utili a tutti (1Cor 12,7): attraverso la formazione, la supervisione, l’istituzione di percorsi formativi e l’offerta di una competente supervisione.

3. Una solida cultura del volontariato merita di essere sostenuta. Tale cultura promuove ciò che è buono per lo sviluppo umano delle persone coinvolte. Ci vuole una cultura del riconoscimento e del ringraziamento. È fondamentale una cultura sinodale della partecipazione. L’irrilevanza del proprio impegno è una delle ragioni comprensibili per cui qualcuno vuole abbandonare: chi vuole contribuire con il proprio tempo e la propria immaginazione se lo fa invano? Il conferimento di responsabilità prevede che chi è stato incaricato di un compito abbia un budget. Infine è utile lavorare in team in grado di sopportare i conflitti e guidati in modo cooperativo. I dati del sondaggio mostrano chiaramente che per tutto questo è necessaria anche una nuova cultura del servizio.

 

Un progetto ben definito

4. L’impegno del volontario deve essere progettato come un’opera d’arte. Un servizio moderno e sviluppato – si potrebbe dire anche «nuovo» – non significa assumere un compito per un periodo di tempo indefinito. Piuttosto, i volontari assumono un progetto temporaneo in nome e per conto della comunità. Un impegno per essere adeguato deve quindi avere un inizio e una fine chiari, compiti ben definiti, un budget, opportunità di formazione e sviluppo, supporto professionale e riconoscimento.

5. Sotto il profilo ecclesiale sarebbe provocatorio ma utile immaginare una Chiesa senza tasse/contributi ecclesiastici. Sarebbe un ottimo spunto di riflessione per uno sviluppo serio dell’impegno volontario.

 

Agire ecclesialmente

Una simile riflessione potrebbe affrontare anche l’urgente questione della celebrazione domenicale dell’eucaristia e dei ministri ordinati necessari per essa. Questi non proverrebbero più dal «libero mercato» delle vocazioni. Piuttosto, la comunità stessa sceglierebbe persone che, ricche di Vangelo, hanno accettato la loro vocazione e sono sperimentate nella comunità grazie al loro impegno volontario.
Queste persone che hanno dato prova di sé nella vita ecclesiale (in questo senso «personae probatae») riceverebbero poi una formazione in servizio e verrebbero ordinate dal vescovo in un’équipe di persone ordinate per questa comunità. Dal punto di vista teologico non c’è nulla da obiettare.
Tali comunità sarebbero poste in grado di vivere fedelmente e di agire ecclesialmente dalla fonte dell’eucaristia.
Recenti sondaggi mostrano che non solo ci sono persone disponibili per questo nelle congregazioni e nelle comunità, ma che queste nuove forme di ministero sacerdotale sono ben accolte.

Paul M. Zulehner

Teologo

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