Commento alle letture per la liturgia della XXX domenica del Tempo ordinario

Es 22,20-26; Sal 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Il passo evangelico di questa domenica ci presenta la sintesi di tutta la Torah, che i cristiani chiamano Pentateuco, e che spesso nelle traduzioni in modo errato – come in questo caso – viene tradotta con «Legge». In realtà il termine Torah deriva da un verbo ebraico che significa istruire, ed è lo stesso verbo da cui, ad esempio, deriva il termine ebraico moreh, che significa maestro.

Il senso è quello di un insegnamento che ha origine nella rivelazione da parte di Dio, ed è proprio tale origine che fonda e rende performativo il suo contenuto. Tuttavia, dato che in greco il termine Torah è stato tradotto con la parola nomos (legge), ciò ha prodotto in ambito cristiano una successiva interpretazione della Torah in senso legalistico. In questo modo, ad esempio, si è creato uno iato sempre più grande tra quanto gli scrittori del Nuovo Testamento volevano dire con il termine nomos (= Torah) e la comprensione di tale termine riproposto nelle lingue moderne con la parola Legge.

La Torah, a sua volta, nella tradizione cristiana, viene chiamata con un termine greco che è composto dalle due parole pente (cinque) e téuchos (astuccio) e letteralmente indica i cinque contenitori (Pentateuco) in cui venivano conservati i cinque rotoli costituenti la Torah.

Quindi, ritornando alla scena evangelica, la domanda che il fariseo, studioso della Torah, pone a Gesù è mirata a verificare la conoscenza che Gesù avesse di quello che già da tempo costituiva il fondamento centrale della fede ebraica, per l’appunto la Torah.

E Gesù, formato alla scuola della Torah, non esita a rispondere in modo, tra l’altro, più che soddisfacente. Tutta la Torah/Pentateuco si basa su due principi fondamentali: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo. L’amore verso Dio deve coinvolgere tutta l’esistenza: il cuore, la mente (le intenzioni) e la vita stessa. Bisogna quindi comprendere cosa il testo evangelico intenda come «cuore», «mente» e «anima». Il riferimento è a Dt 6,5: «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». L’idea soggiacente è che tale amore deve essere totale e radicale, deve abbracciare tutti gli aspetti dell’esistenza, le intenzioni, le decisioni e la stessa vita.

Il secondo principio, l’amore verso il prossimo, è un riferimento a Lv 19,18: «amerai il tuo prossimo come te stesso», che in una traduzione più letterale, in realtà sarebbe: «amerai per il tuo prossimo come te stesso», sottolineando così che volere il proprio bene, amarsi, è la condizione necessaria per poter amare l’altro, volere il bene dell’altro.

In altre parole non posso volere il bene di qualcuno se non conosco cosa sia il bene, non posso amare qualcuno se non ho amore per me stesso. E, di conseguenza, se ho a cuore il mio bene devo essere consapevole che questo è possibile solo se è un bene anche per l’altro.

Nel trattato talmudico Shabbat 31a troviamo la seguente espressione in cui la stessa idea è espressa in forma negativa: «Ciò che è odioso per te non farlo a un altro; questa è l’intera Torah e il resto è la sua interpretazione». A parlare, nel testo talmudico, è il grande maestro Hillel, vissuto tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C., quindi più o meno contemporaneo di Gesù. 

Tutto questo dimostra, allora, una perfetta sintonia tra l’insegnamento farisaico di quel tempo e il modo di comprendere le Scritture di Gesù. Di fatto è questo ciò che viene recepito ed espresso dal Vangelo di Marco che, nel riportare questo episodio, conclude con il seguente dialogo: «Hai detto bene, Maestro […]. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo» (Mc 12,32-34).

In Matteo, invece, appaiono alcuni elementi di contrasto, come l’intenzione del fariseo di «voler mettere alla prova» Gesù e il fatto che manca totalmente l’elogio che Gesù fa del suo interlocutore. È probabile che «in mezzo» ai due Vangeli ci sia la distruzione del Tempio, avvenuta nel 70 d.C., che segna una rottura conflittuale tra i farisei e coloro che saranno sempre di più identificati come giudeo-cristiani.

Al di là degli eventi storici, la risposta di Gesù, confermata dalla tradizione ebraica, permane nel tempo in tutta la sua validità e autenticità, che trova il suo fondamento nella rivelazione biblica a partire proprio dalla Torah. E in questo senso Gesù non solo ha dimostrato di essere un Maestro, ma ha compiuto questo grande e duplice comandamento con la sua stessa vita fino alla pienezza di vita per tutti.

Più tardi Paolo stesso scriverà: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Torah.[…] La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Torah infatti è l’amore» (Rm 13,8.10).

Ester Abbattista

Biblista

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