Il 16 ottobre scorso è morto mons. Dimitrios Salachas, esarca emerito per i fedeli cattolici di rito bizantino in Grecia. Aveva 84 anni. Mons. Salachas, si poteva leggere lo stesso 16 ottobre sul sito del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, «prima di essere eletto vescovo, ha insegnato diritto canonico orientale a Bari, Roma e Parigi»; è stato consultore del Dicastero «dal 1979 al 2019 e membro della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa dalla sua istituzione nel 1979 sino al 2022. Per la sua competenza nel diritto canonico orientale e la sua sincera apertura al dialogo, mons. Salachas è stato sempre stimato e apprezzato sia nel mondo cattolico che in ambito ecumenico». Il primo dei tanti articoli da lui firmati su Il Regno è del 1986, l’ultimo è del 2016: si intitola «I Codici e l’ecumenismo. La pastorale si confronta con l’Oriente» e costituisce il suo puntuale commento di canonista ed ecumenista al motu proprio di papa Francesco «De concordia inter codices». Ne riproduciamo qui sotto le parti introduttiva e conclusiva. (G. Mc.)

Armonizzazione normativa

Nel proemio del motu proprio De concordia inter codices (15.9.2016), il legislatore papa Francesco evidenzia la ratio di alcune modifiche alle norme del Codice di diritto canonico, sottolineando in sintesi quanto segue:

«A motivo della costante sollecitudine per la concordanza tra i codici, mi sono reso conto di alcuni punti non in perfetta armonia tra le norme del Codice di diritto canonico (CIC) e quelle del Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO).

I due codici possiedono, da una parte, norme comuni, e, dall’altra, peculiarità proprie, che li rendono vicendevolmente autonomi. È tuttavia necessario che anche nelle norme peculiari vi sia sufficiente concordanza. Infatti le discrepanze inciderebbero negativamente sulla prassi pastorale, specialmente nei casi in cui devono essere regolati rapporti tra soggetti appartenenti rispettivamente alla Chiesa latina e a una Chiesa orientale».

 

Motivi pastorali

Per questo «l’armonizzazione normativa è certamente uno dei mezzi che gioverà a promuovere lo sviluppo dei venerabili riti orientali (cf. CCEO, can. 39), permettendo alle Chiese sui iuris di agire pastoralmente nel modo più efficace».

Inoltre «un ulteriore motivo per integrare la normativa del CIC con esplicite disposizioni parallele a quelle esistenti nel CCEO è l’esigenza di meglio determinare i rapporti con i fedeli appartenenti alle Chiese orientali non cattoliche, ora presenti in numero più rilevante nei territori latini».

Obiettivo «delle norme introdotte con il presente motu proprio è quello di raggiungere una disciplina concorde che offra certezza nel modo di agire pastorale nei casi concreti».

Il motu proprio è articolato in 11 articoli e si riferisce a 10 canoni modificati: 111, 112, 535, 868, 1108, 1109, 1111, 1112, 1116, 1127.

Un primo breve approccio di queste modifiche permetterà di rilevare le implicanze pastorali ed ecumeniche della lettera apostolica di papa Francesco in forma di motu proprio De concordia inter codices. Riportiamo qui i canoni del CIC 1983 e le rispettive modifiche. (…)

 

Implicanze ecumeniche

Oltre il motivo pastorale della modifica di alcuni canoni del Codice di diritto canonico della Chiesa latina (CIC) per raggiungere una disciplina concorde con il Codice dei canoni delle Chiese orientali che offra certezza nel modo di agire pastorale nei casi concreti, un altro motivo era anche la preoccupazione ecumenica del legislatore.

Infatti, nell’integrare la normativa del CIC con esplicite disposizioni parallele a quelle esistenti nel CCEO, il legislatore ha voluto meglio determinare i rapporti con i fedeli appartenenti alle Chiese orientali ortodosse, ora presenti in numero più rilevante nei territori latini. Una modifica particolarmente importante in questo senso sotto l’aspetto ecumenico è quella della celebrazione del sacramento del matrimonio tra una parte latina e una parte orientale, cattolica o ortodossa, che richiede per la validità il rito sacro, cioè l’intervento del sacerdote, il quale assiste e benedice il matrimonio come ministro della grazia.

Così il consenso delle parti, che costituisce il matrimonio, viene elevato alla dignità sacramentale con la quale i coniugi sono uniti da Dio a immagine dell’unione indefettibile di Cristo con la Chiesa e sono quasi consacrati e irrobustiti dalla grazia sacramentale (cf. CCEO, can. 776, §2).

Dimitrios Salachas

Esarca emerito

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