Sinodo: la Chiesa è proprio qui. Le aspettative e la realtà (parte prima)

L’aspettativa era alta. Per molti motivi tra loro intrecciati.

Innanzitutto per tutte le comunità che dal 2021 si sono messe in moto più e più volte per riflettere e meditare con la nuova metodologia del dialogo spirituale sui temi proposti e poi sintetizzati nelle varie fasi intermedie: parrocchiale, diocesana, nazionale, continentale e universale. Se le parole hanno un senso, l’Instrumentum laboris, il testo con cui si è arrivati all’Assemblea sinodale celebrata a Roma – poi, in corso d’opera trasformata in prima tappa che sarà ultimata l’anno prossimo dai medesimi partecipanti – aveva talmente tanti temi che su almeno uno l’aspettativa poteva ritenersi fondata. Altrimenti, perché chiedere a tutti di «dire la propria» con un’agenda non dettagliata?

 

La lunga preparazione, i media,
l’agenda di Francesco

Poi, certo, anche per colpa dei media, che hanno fatto da cassa di risonanza di queste aspettative ma, soprattutto, delle preoccupazioni dei detrattori del Sinodo che in molti modi hanno provato a svuotarlo di valore, di sminuirne la portata, di dire «no» a prescindere. Eppure il rapporto con i media non è e non sarà indifferente nella recezione del processo sinodale.

Ma non dimentichiamo che c’è un terzo e forse principale motivo: che è stato lo stesso papa Francesco a ribadire in molte sedi sia all’inizio del pontificato sia nell’ultimo libro-intervista che almeno due dei quattro obiettivi su cui egli era stato eletto papa potranno effettivamente realizzarsi attraverso la sinodalità: la «rivitalizzazione dell’annuncio del Vangelo» e il contrasto del «centralismo vaticano e cortigiano». Gli altri due erano la lotta alla corruzione specie all’interno degli organismi che gestiscono beni mobili e immobili – in Vaticano è alle battute finali il processo per il palazzo di Sloane Avenue – e la lotta alla pedofilia. Su alcuni di questi torneremo più sotto.

 

Non ci sono decisioni, ma uno stile nuovo

Stanti quindi le regole ferree sul «digiuno comunicativo», i media, che in questi anni facondi di Francesco non avevano che l’imbarazzo della scelta dei temi su cui lavorare, si sono trovati spiazzati, riflesso che a catena potrebbe ricadere sui fedeli che hanno seguito dalle diocesi i lavori romani o che ne riceveranno una eco.

Ma più che gli appelli al negativo, cioè a non aspettarsi chissà quali novità rivoluzionarie, pronunciati quasi quotidianamente dal prefetto del Dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini e da un certo numero di partecipanti sinodali che hanno preso parte ai diversi briefing in Sala stampa – se si eccettuano alcune donne –, la più autentica  e forse convincente (perché convinta) lettura del percorso sinodale è emersa dalle parole di fra Timothy Radcliffe, nominato, assieme alla religiosa madre Maria Ignazia Angelini, assistente spirituale dell’Assemblea sinodale.

 

Lo stile, secondo Radcliffe

Secondo il domenicano del convento Blackfriars di Oxford lo stile di questo Sinodo è stato molto diverso dai precedenti a cui aveva preso parte e nei quali lo spazio di dialogo era a suo avviso molto limitato, con testi e interventi tutti già preparati in precedenza.

Invece, in questo Sinodo il fatto che «cardinali curiali, giovani donne dall’America Latina e dall’Asia (…) si siedono insieme per parlare» e confrontarsi alla pari possiede un vero e proprio potere «trasformativo» nel modo d’essere Chiesa, un aggettivo che ha ripetuto un paio di volte.

Era quindi sbagliato attendersi «grandi cambiamenti» nel senso di decisioni nuove. Lo scopo di questo Sinodo era riunirsi «per capire come essere Chiesa in modo nuovo, piuttosto che per prendere decisioni specifiche; come possiamo essere una Chiesa che i cui membri si ascoltano reciprocamente attraverso diverse culture, e ascoltano le tradizioni attraverso il tempo» (corsivi miei).

 

Un Sinodo che ha rivelato
cosa significa essere vescovi

È un processo nuovo e, come ogni inizio, si va «piano», ci sono «ostacoli ed errori, e questo va bene, perché siamo in un cammino».

Il che sottintende che né il prendere decisioni insieme né l’ascolto reciproco siano dati attualmente acquisiti nella vita ecclesiale, ovvero che se occorrerà prendere delle decisioni condivise da qui si deve partire.

Abile nel disarmare anche le domande più capziose, a quella che è uno dei cavalli di battaglia dell’ala cosiddetta tradizionalista e cioè se sia ancora un Sinodo «episcopale», dei vescovi, un Sinodo che al suo interno dà voce e voto anche a non vescovi, ha risposto così: «È sicuramente un Sinodo dei vescovi, perché rivela molto più chiaramente degli altri sinodi a cui ho partecipato che cosa significa essere vescovi». In questi giorni è emersa infatti l’immagine del «vescovo che non è un individuo solitario, ma è immerso nella conversazione del suo popolo» attraverso «l’ascolto, il parlare, l’apprendere insieme».

Tra l’altro – ha concluso – in un tempo di «crollo della comunicazione» di «aumento della polarizzazione», questo stile sarà «utile e contribuirà alla guarigione delle ferite» nella Chiesa ma anche «per l’umanità».

 

Una mappa dettagliata

Questa impostazione è stata ampiamente testimoniata dal Documento di sintesi, rilasciato nella tarda serata di sabato 28 ottobre, che di fatto rilancia un metodo e uno stile, lasciando sostanzialmente inevase le tante tematiche portate alla discussione. Il lungo testo, diviso in tre parti («Il volto della Chiesa sinodale», «Tutti discepoli, tutti missionari», «Tessere legami, costruire comunità») descrive una dettagliata mappa dell’orbe terraqueo ecclesiale nella quale sono riportati con minuzia tutti i possibili minority report assembleari e non, anche se di fatto non esiste la voce «divergenze». Invece ampio spazio è dato alle «convergenze», cui seguono le «questioni da affrontare» e le «proposte emerse».

 

L’ascolto converte

Su tutti gli argomenti, infatti, viene ripetuta la formula dell’auspicio di un «ulteriore approfondimento»: dal concetto stesso di sinodalità fino alla collegialità episcopale; dal ruolo delle donne nella Chiesa – che sicuramente ha avuto la parte del leone in questo testo, anche quantitativamente parlando – alla questione delle vittime di abusi e violenze nella Chiesa; dai dubbi (nuovamente?) sul concetto di Chiesa «tutta ministeriale» alla domanda d’approfondimento dei criteri in base ai quali in Sinodo (dei vescovi) vi sono membri non vescovi e a moltissimi altri.

Ciò che si dà per acquisito e che comunque emerge da un testo ampiamente approvato dalla maggioranza dei 2/3 è che c’è accordo sul metodo sperimentato che punta all’ascolto (trasformativo) delle buone ragioni dell’altro anche quando non sono uguali alle proprie, che mette in evidenza la dimensione spirituale e liturgica di queste conversazioni «nello Spirito» (che il testo sottolinea abbiano una radice comune al termine «conversione»), e che dovrebbe, insomma garantire che il prossimo anno si possa giungere a una qualche forma di conclusione condivisa.

 

Trasmettere l’entusiasmo tornando a casa

Di sicuro se, come ha detto nel briefing in tarda serata di sabato il card. Jean-Claude Hollerich, relatore generale del Sinodo, si è percepito l’entusiasmo dei partecipanti a questo Sinodo dalle tavole rotonde, di esso ora deve essere contagiato il popolo di Dio nelle diocesi e nelle varie comunità ecclesiali. E anche quella parte di gerarchia – lo dice il testo stesso – che ha guardato al percorso sinodale con sospetto. Una piccola nota sui preti e il loro atteggiamento verso il Sinodo: in una replica a una domanda, Radcliffe ha lasciato intendere che abusare  del termine «clericalismo» rischia di scoraggiare i (già pochi) preti che lavorano con fedeltà e dedizione anche nella pastorale e di rendere più scettici coloro che vedono il Sinodo come un ulteriore carico di lavoro. A buon intenditor…  

 

(fine prima parte – la seconda parte è qui)

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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