Il successo della canzone «Si No Estás» e l’ipotesi che parli di Dio

Ai primi posti della mobilissima classifica dei brani più scaricati di Spotify (mentre scriviamo è 14° a livello mondiale e 7° in Italia) c’è «Si No Estás» («Se tu non ci sei») del giovane cantautore spagnolo Iñigo Quintero. Domenica 29 ottobre Guido Mocellin se n’è occupato sulla rubrica «WikiChiesa» che tiene su Avvenire a partire dai possibili riferimenti religiosi contenuti nel testo, che «canta una nostalgia, un’assenza. Della persona amata? Forse, ma anche di Dio». Pubblichiamo qui il bel commento postato «a caldo» da Peter Ciaccio, studioso che ha pubblicato presso Claudiana diversi titoli sulla cosiddetta «teologia pop»: «Il vangelo secondo Harry Potter»; «Il vangelo secondo i Beatles»; «Il vangelo secondo Star Wars» (con Andreas Köhn); «Bibbia e cinema». (P.T.)

Due livelli di approccio alla vicenda

Premetto che non ne avevo mai sentito parlare, per cui queste sono impressioni a caldo.

Secondo me ci sono due livelli in questa vicenda (non nella canzone o almeno non direttamente): l’analogia tra l’amore umano e l’amore di Dio e la soggettività della fruizione di un’opera.

Partendo da quest’ultimo livello, io non ci vedo riferimenti a Dio. Si parla di fuggire lontano, si parla di «mi manchi», insomma cose che non possono essere collegate a Dio, soprattutto in una fase positiva della relazione di fede. Cioè Dio «ci manca» quando stiamo vivendo una tragedia (tutto il genere biblico delle lamentazioni…), ma la canzone è gioiosa e non fa pensare a chissà quale situazione oscura.

 

Le intenzioni dell’autore?

Per quanto riguarda il primo livello, c’è l’esperienza della trasformazione, ad esempio. Per scendere (o salire, a seconda) nell’esperienza personale, io credo di aver capito di più l’amore di Dio da quando mi sono innamorato e da quando ho avuto dei figli. Pertanto, se dovessi scrivere della mia esperienza di marito e padre, trasparirebbero degli elementi che portano a pensare: «Ma sta parlando della moglie e dei figli o di Dio?».

Poi, capita che ci si senta elevati dall’ascolto di una canzone o dalla lettura di una poesia, per motivi anche difficili da sviscerare, ma questo non significa che nelle intenzioni dell’autore ci sia questo. Ecco perché piano piano ci stiamo finalmente liberando di questa palla al piede delle «intenzioni dell’autore»: cosa ci importa di quello che voleva dire l’autore se io sento il mio cuore riscaldato? È importante che non ci sia nulla, ma proprio nulla di «fede» nell’«Hallelujah» di Leonard Cohen e che sia una rilettura laica del peccato di Davide? Non così tanto.

 

Spirituale, e non è poco

Il pezzo di Quintero, poi, ha un’altra caratteristica che lo legherebbe alla musica sacra, ovvero il suo stile soul, derivante dalla musica afroamericana, che parte dal culto domenicale. Whitney Houston cantava in chiesa prima di diventare una popstar. Però, se in un afroamericano o simile (Elvis Presley, ad esempio) è possibile che ci sia un collegamento diretto con la musica sacra, non è detto che ci sia con cantanti di altra estrazione. Un cantante molto simile a Quintero è il nostro Tiziano Ferro, per dirne uno: non credo che si aprirebbe una discussione del genere su di lui, no?

Il punto di fondo, però, è che viviamo in un contesto radicalmente materialista, dove le canzoni d’amore meno banali (come «Si no estás») si elevano e ci elevano a un altro livello. È un livello spirituale, ma è un livello teologico, cioè parla di Dio? Non necessariamente. Ma va bene lo stesso così.

Peter Ciaccio

Pastore Metodista

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