Commento alle letture per la liturgia della XXXI domenica del Tempo ordinario

Ml 1,14b-2,2b.8.10; Sal 130 (131); 1Ts 2,7b-9.13; Mt 23,1-12

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

L’invettiva che Matteo mette in bocca a Gesù nei confronti di certi uomini religiosi appartenenti al gruppo dei farisei non è molto diversa da certi discorsi che ogni tanto papa Francesco sferra nei confronti di un certo clericalismo ostentato e arrogante, che purtroppo anche nella nostra Chiesa è persistente.

Nulla da stupirsi dunque se le parole di Gesù suonano così taglienti e puntuali; è sempre bene comunque non fare «di tutta l’erba un fascio» dato che, nel nostro caso, significherebbe definire Gesù un giudice impietoso del gruppo religioso dei farisei in toto, così come si rischierebbe di definire papa Francesco un anticlericale per eccellenza – cosa che di fatto non è – per le sue invettive nei confronti della piaga del clericalismo. In realtà Gesù per alcuni aspetti era molto vicino al pensiero religioso dei farisei e i Vangeli riportano diverse figure positive tra loro, che non solo hanno avuto degli stretti legami con il Maestro, ma lo hanno anche difeso e apprezzato. 

È importante dunque leggere questo brano contestualizzandolo all’interno di una comune e condivisa fede religiosa in cui, come anche nelle nostre Chiese (e non solo quella cattolica), non mancano critiche, cattivi esempi, deviazioni e quant’altro.

Vediamo allora più da vicino quei soggetti a cui «oggi» le critiche di Gesù si rivolgono. Costoro vengono descritti come dei moralisti indefessi, pronti a puntare il dito e a condannare gli errori degli altri, un po’ come quei «clericali» che si scandalizzano quando, secondo loro, papa Francesco parla troppo del perdono e soprattutto in modo troppo «elargitivo».

Altro particolare è dato dalla descrizione delle loro vesti, e anche qui possiamo sentire la voce di papa Francesco che denuncia lo sfarzo di certe vesti liturgiche, talari, pesanti croci d’oro, gemelli ai polsi ecc. Infine l’ultima parte della critica è rivolta al loro desiderio di sedersi in prima fila, di essere omaggiati, riveriti e posti su un piedistallo al di sopra di tutti gli altri. Anche in questo caso non è difficile immaginare a chi oggi tali critiche sarebbero rivolte…; come scrive il Qohelet «non c’è nulla di nuovo sotto il sole».

Ma tale constatazione non ha nulla di remissivo e non deve indurre a uno sguardo impotente. Tutt’altro, partire dalla constatazione di ciò è essere realisti, è avere il coraggio di guardare la realtà così com’è, ovvero una realtà umana in cui la tentazione del potere, della supremazia sugli altri, del successo ecc. è di casa, anche dove la comunione tra le persone dovrebbe basarsi su altri presupposti, valori e finalità. 

L’invito allora è a osservare queste contraddizioni come un’opportunità per guardarsi dentro, per non cadere nelle stesse tentazioni e nelle stesse logiche di potere e autocompiacimento. Avere il coraggio di dismettere tutte quelle «incrostazioni secolari» che via via nei secoli hanno rappresentato un desiderio di omologazione al potere umano. Credere che è possibile costruire comunità in cui non ci sono «maestri», perché «uno solo è il vostro Maestro», ma solo fratelli che, con ruoli e compiti diversi, condividono la stessa fede, lo stesso cammino, la stessa ricerca di una sempre maggiore fedeltà a quell’unico Maestro. 

Ed è anche un invito ad avere il coraggio di prendere sul serio le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli e a incarnarle nel nostro oggi: «E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo».

Tutto questo ben consapevoli che una tale «rivoluzione» non sarà ben accetta a molti «padri» e «guide» e, soprattutto, che per attuarla occorre prendere coscienza che quel clericalismo, di cui sopra, è un tarlo o, sempre per citare papa Francesco, una piaga che non affligge solo una parte della Chiesa, ma tutto il popolo di Dio, dato che è prima di tutto una «mentalità» spesso e volentieri sostenuta e alimentata da tanti fedeli a cui manca una vera formazione evangelica.

Ester Abbattista

Biblista

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