Mentre parliamo al telefono si sente il rumore dei missili. «Lo sente anche lei?». Sì. «È triste che così tanti civili in Israele e Palestina stiano pagando un prezzo alto». Così Nava Sonnenschein, una delle fondatrici del progetto Neve Shalom. Conosciuto anche come Wāħat as-Salām (le due espressioni significano «oasi di pace» in ebraico e in arabo), è un villaggio cooperativo abitato da arabi palestinesi ed ebrei israeliani, ideato da Bruno Hussar a ovest di Gerusalemme nel 1972 su un terreno preso in affitto dal monastero di Latrun. Attualmente composto da una cinquantina di famiglie, è attraversato dalla trepidazione per la paura e l’incertezza, che dal 7 ottobre scorso si sono inspessite come mai prima.
Neve Shalom, oasi di pace
Nava ha settant’anni e non crede ci possa essere altro modo che un negoziato per porre fine al conflitto. «Le mie parole possono sembrare utopiche ma non c’è altra soluzione. Uccidere non risolve. Abbiamo lavorato con circa ottantamila ebrei e palestinesi in dialogo negli anni e mi sono resa conto che si può vivere insieme. Non dobbiamo per forza essere d’accordo, l’importante è rispettarsi reciprocamente, rispettare i diritti dell’altro, vivere l’inclusività», spiega. «Io so che da entrambe le parti ci sono persone che non credono possa essere questo l’approdo. Tuttavia, ce ne sono molte altre che invece credono fermamente che questo nostro piccolo pezzo di terra vada condiviso equamente per vivere in pace. Noi dobbiamo far sentire la nostra voce contro la devastazione».
Il sogno della coabitazione non è naufragato
Nava testimonia che il sogno suo e dei compagni non è naufragato, malgrado l’orrore della guerra. «Nessuno può distruggere un sogno, si possono distruggere le persone. Il dialogo, questa è la strada giusta», afferma. Il villaggio, la cui scuola e l’asilo sono frequentati per il novanta per cento da bambini non residenti provenienti da comunità arabe ed ebraiche, continua a far funzionare il programma della «Scuola della pace». All’iniziale perplessità circa la volontà dei partecipanti di prendervi parte in un momento così drammatico, è subentrata la sorpresa che, proprio in un frangente difficile, fosse forte il desiderio di parlare. Abbiamo avuto degli incontri belli e duri, osserva Nava, in cui si sono condivise esperienze terribili di perdita di persone care o di amici arrestati per aver espresso le proprie opinioni. «Parlare è pensare, e in tempi così catastrofici è importante pensare insieme». In un’atmosfera di disumanizzazione, a Neve Shalom ci si ostina a vedere gli altri come esseri umani. «Anche se siamo solo una goccia in un mare turbolento, continuiamo a lottare per una società egualitaria, giusta e democratica».
I corto circuiti della guerra
È così emerso tutto lo stress, il disorientamento, l’impasse. Nell’ambito delle condivisioni, per esempio, tra gli ebrei l’ammissione che il massacro messo in atto da Hamas il 7 ottobre «ha premuto i pulsanti di un trauma storico intergenerazionale. Mi chiedo come possiamo continuare da qui, tutte le convinzioni e i valori sono di nuovo in discussione… Tutto è stato scosso». Da parte palestinese, il peso di sentirsi in trappola: «Se restiamo in silenzio veniamo attaccati, se parliamo veniamo attaccati… Nei territori occupati siamo visti come israeliani, e in Israele siamo visti come il nemico». E poi la lettera di un tredicenne per i bambini di Gaza: «Caro popolo di Gaza, non posso, e probabilmente non potrò mai, capire la sofferenza che state vivendo. Vorrei che voi, e chiunque altro al mondo, non aveste mai vissuto questa esperienza. Vi auguro davvero dal profondo del cuore solo il meglio. Sarei molto felice di sapere un giorno, se possibile, che siete felici e che vivete una bella vita. Credo davvero che un giorno questo conflitto finirà e vivremo in pace senza rancore e odio».
I leader religiosi portino la pace
Il circolo vizioso della violenza è lacerante per chi abita nel villaggio, così come per l’associazione italiana di Amici di Wāħat as-Salām, che li sostiene dal 1991. «Molte volte dobbiamo metterci al riparo», racconta Nava. «Abbiamo accolto amici dai kibbutz distrutti, abbiamo rifugiati che hanno perso i familiari sotto i bombardamenti a Gaza. Qui c’è tanta tristezza, non c’è il problema della mancanza di cibo, ma c’è la tristezza. Mia figlia è con il suo bambino, mentre il marito è nell’esercito. Non sappiamo cosa succederà. Mi auguro che i leader religiosi portino la pace», conclude. «È importante in questi giorni ma sfortunatamente non è così. Spero che accada».
Antonella Palermo
Giornalista
