Anticipiamo alcuni passaggi dell’intervista – integrale sul numero de Il Regno-attualità di novembre – al teologo ed esperto al Sinodo Christoph Theobald, curata dalla giornalista Marie-Lucile Kubacki (inviata a Roma per La Vie) e pubblicata in francese il 23 ottobre scorso. Le difficoltà di una Chiesa globale in un mondo multiculturale e globalizzato; l’opportunità della sinodalità come risposta adeguata – ma non ancora compiuta – all’evolversi dell’interpretazione della Tradizione da un lato e della Scrittura dall’altro; il ripensamento dei ministeri, della collegialità e del primato petrino. Significativamente Theobald chiude l’intervista con questa affermazione: «Dobbiamo imparare a convivere con domande che non hanno ancora trovato soluzioni» (M.E. G.)

È diventata una Chiesa globale

– L’attuale crisi della Chiesa cattolica è solo una tra le tante o ha qualcosa di particolare?

«La Chiesa ha già attraversato altre crisi, la separazione tra Oriente e Occidente nell’XI secolo, la Riforma nel XVI secolo. La particolarità di questa è la globalizzazione. Contemporaneamente alla colonizzazione, nel XX secolo la Chiesa è diventata per la prima volta una Chiesa globale. Questo è un primo elemento importante, segnato dall’emergere di una pluralità culturale e di una particolarizzazione delle unità culturali. Così, la questione dell’unità si pone in termini completamente nuovi. La crisi attuale può essere definita come la sovrapposizione di due concezioni della Chiesa: una visione molto uniforme basata su un’unica dottrina, una sola liturgia, una sola teologia morale, e un’altra segnata da questa emergente differenziazione.

Ciò che caratterizza questa situazione ecclesiale e questa crisi generalizzata è lʼincertezza sul futuro. Ecco perché papa Francesco parla non di un’epoca di cambiamenti, ma di un cambiamento dʼepoca».

(…)

 

L’interpretazione della Lumen gentium

– Il Sinodo è un tentativo di rispondere alla multipolarizzazione del mondo globalizzato?

«Certamente, e per diverse ragioni. Il Sinodo è un organismo rappresentativo dellʼintera cattolicità, con la presenza, che potremmo anche auspicare sia più ampia, dei delegati fraterni e di rappresentanti di altre confessioni cristiane. La cosa più commovente delle celebrazioni è la presenza di tutte le Chiese locali, e, quando prendono la parola vescovi, laici o religiosi, religiose e sacerdoti, si sente parlare ciascuna Chiesa.

È un organo rappresentativo che, sebbene non abbia lo statuto giuridico di un concilio, ha uno statuto quasi conciliare per la presenza di tutte le Chiese e soprattutto per lʼampiezza dell’interrogativo che, come nel Vaticano II, riguarda la figura della Chiesa.

Dietro la questione della sinodalità, sta infatti il problema dellʼinterpretazione dei testi dei concili Vaticano I e Vaticano II, e più precisamente della costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa; documenti riletti nellʼottica dellʼuguaglianza battesimale di tutti i cristiani. E ciò conferisce a questo Sinodo una dimensione conciliare. Il fatto che la fase di consultazione nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle nazioni e nei continenti si sia già svolta secondo una modalità sinodale dimostra che a tutti i livelli della Chiesa siamo alla ricerca di un nuovo modo di metterci d’accordo, in maniera fraterna».

 

La parità dei battezzati

– Quali conseguenze concrete potrebbe avere questo approccio sull’architettura della Chiesa come la conosciamo oggi?

«La conseguenza è che le responsabilità di ciascuno nella Chiesa devono essere ristabilite allʼinterno di ciò che è comune a tutti: l’uguaglianza battesimale. Per la Chiesa latina, questo significa riarticolare l’insegnamento degli ultimi concili: il Vaticano I, che ha specificato le prerogative del ministero di Pietro, quelle del papa, spesso male interpretate in maniera esclusiva. Il Vaticano II ha avanzato la nozione di collegialità episcopale; l’istituzione del Sinodo da parte di Paolo VI nel 1965 è stato il primo frutto di questa collegialità episcopale e della comunione delle Chiese, come definita dal Vaticano II.

La novità di oggi è rappresentata dal quadro globale delineato nel capitolo 2 della costituzione Lumen gentium sul popolo di Dio. Se si enfatizza la parità dei battezzati, qual è dunque il posto dei ministri ordinati, dei vescovi e dei sacerdoti in questo quadro? Non si tratta solo di una questione di governance».

 

La comunità non può autoconvocarsi

Le nostre società, prosegue Theobald, «sono fondate su principi diversi, come l’idea del contratto sociale, la separazione dei poteri, la rappresentanza popolare e il sistema del voto maggioritario.

Il principio della Chiesa è diverso: si fonda su una “convocazione”. Ora, questa convocazione divina da parte del Signore Gesù nello Spirito Santo è simboleggiata dal ministero ordinato. In questo senso se il sacerdote dicesse soltanto: “Il Signore sia con voi”, avrebbe già esercitato la sua funzione, perché avrebbe convocato la comunità, che non può autoconvocarsi. Tuttavia, ogni sacerdote svolge questa convocazione collegialmente, come parte di un presbyterium, con il vescovo a capo di una Chiesa locale. Tutta la Chiesa è realmente presente in ogni Chiesa locale. Ma ogni Chiesa è situata all’interno della comunione di tutte le Chiese, raccolte intorno al successore di Pietro, vescovo della Chiesa di Roma.

Tornando alla sua domanda sullʼarchitettura della Chiesa, papa Francesco introduce due nuove metafore per andare al di là del nostro immaginario piramidale: quella di una piramide rovesciata, dove la testa si trova sotto al corpo ecclesiale, perché il ministero è a servizio dei battezzati e della missione di tutta la Chiesa; e quella del cammino nel quale il vescovo occupa una posizione mobile, a volte in mezzo al suo popolo, a volte davanti, a volte dietro… Insistere su questa mobilità è decisivo perché la Chiesa possa uscire da una forma statica».

Marie-Lucile Kubacki

Giornalista

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