«Può papa Francesco riconoscere come sua l’interpretazione dei vescovi della regione pastorale di Buenos Aires sull’Amoris laetitia?». È la domanda cui risponde, affermativamente, Rafael Luciani, teologo laico venezuelano, docente di ecclesiologia, membro del Gruppo teologico della Presidenza della Confederazione latinoamericana dei religiosi (CLAR) ed esperto del Consiglio episcopale latinoamericano e dei Caraibi (CELAM), con questo articolo comparso il 30 ottobre su «Religion digital» e, in inglese, su «Where Peter is», originato dalla nuova serie di «dubia» sottoposti al papa e da un ulteriore intervento del card. Müller a proposito di quelli, relativi all’Amoris laetitia, sollevati dal card. Duka. Qui di seguito la versione italiana dell’articolo di Luciani, che pubblichiamo con il permesso dell’autore. (G. Mc.). 

Il contesto dei dubia

Il 19 settembre 2016 i cardinali Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner hanno scritto a papa Francesco una prima serie di dubia, chiedendogli, attraverso 5 domande, di chiarire la dottrina cattolica presente nell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia (cf. Regno-doc. 21,2016,686). Più recentemente, il 10 luglio 2023, i cardinali Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun hanno presentato una seconda serie di dubia sollecitando al papa, attraverso altre 5 domande, di chiarire questioni come la benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso, la sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa e l’ordinazione sacerdotale delle donne, tra le altre.

 

Dal card. Duka e dal card. Müller

A tutto ciò è seguita un ultima serie di dubia: 10 domande inviate dal card. Dominik Duka, arcivescovo emerito di Praga, al Dicastero per la dottrina della fede in una lettera datata 13 luglio 2023. La lettera mette in discussione l’amministrazione dell’eucaristia alle coppie divorziate e risposate. Il card. Gerhard L. Müller ha inviato una lettera aperta al card. Duka esprimendogli il suo sostegno e inviando a sua volta una risposta critica al card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede. Le risposte del Dicastero a questi dubia sono state approvate da papa Francesco il 25 settembre 2023 e rese pubbliche lunedì 2 ottobre 2023, due giorni prima dell’inizio della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità.

L’intervento del card. Müller è rilevante per comprendere il rapporto tra teologia e magistero. Questa breve e semplice riflessione non pretende di esaurire tutte le risposte, né intende affrontare i contenuti dottrinali presentati in questi dubia, ma piuttosto offrire alcuni criteri per discernere l’autorità di papa Francesco nel riconoscere come «magistero autentico» l’interpretazione del capitolo VIII di Amoris laetitia e nel sostenere che «non ci sono altre interpretazioni».

 

Il caso Amoris laetitia

L’interpretazione di alcuni vescovi argentini e la risposta di papa Francesco. Al di là delle questioni dottrinali, i cardinali firmatari dei dubia mettono in discussione l’autorità del papa nel riconoscere come propria l’interpretazione dei vescovi della regione pastorale di Buenos Aires nel documento Criteri fondamentali per l’applicazione del c. VIII dell’Amoris laetitia (cf. Regno-doc. 21,2016,676). Il papa aveva affermato che il documento dei vescovi argentini «è molto buono e mostra chiaramente il significato del capitolo VIII di Amoris laetitia», e concluso che «non ci sono altre interpretazioni» (Regno-doc. 21,2016,677).

Nella sua risposta al card. Duka, Müller espone la situazione come segue: «La Risposta ai dubia afferma che questo testo di Buenos Aires appartiene al magistero pontificio ordinario, essendo stato accettato dal papa stesso. Francesco ha infatti affermato che l’interpretazione offerta dai vescovi di Buenos Aires è l’unica interpretazione possibile di Amoris Laetitia. 

 

Cosa si legge nella Lumen gentium

Di conseguenza, la Risposta indica che al testo di Buenos Aires deve essere offerto l’ossequio dell’intelligenza e della volontà, come agli altri testi del magistero ordinario del papa». Per il card. Müller, sia papa Francesco sia i vescovi argentini hanno emesso «opinioni private». Di conseguenza, sostiene che tali opinioni «sono espressamente escluse dal magistero», per cui l’assenso verso di esse potrebbe portare allo scisma.

Invece la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium 25 insegna che «questo assenso religioso della volontà e della intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra. Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato con riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue affermazioni in conformità al pensiero e in conformità alla volontà di lui manifestatasi», cioè che il suo «pensiero» e la sua «volontà», l’intenzione, sia indiscutibilmente manifestata (n. 25). 

 

La maniera di esprimersi

Come possiamo riconoscere questa intenzione esplicita nel papa? Qui sono molto importanti i tre criteri affermati dalla Chiesa stessa nella Lumen gentium: o «dal carattere dei documenti, o dall’insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi» (ivi). Prendendo il terzo criterio, l’intenzione del soggetto docente – in questo caso il papa –, si manifesta nella maniera in cui sceglie di esprimersi (dicendi ratio). Dal testo di papa Francesco non c’è dubbio che, in modo particolare, si soddisfa la maniera di esprimersi. L’espressione «non ci sono altre interpretazioni» dimostra la mente del papa e, inoltre, è esplicita la natura vincolante e il tipo di adesione che egli postula per i destinatari del suo magistero riguardo all’interpretazione del capitolo VIII di Amoris laetitia.

 

La forma della promulgazione

Infine, si vuole mettere in discussione l’autorità stessa della Risposta del papa, con l’argomento – nelle parole del cardinale Müller – che “la forma in cui la Risposta conferma l’approvazione del santo padre, con una semplice firma datata, a piè di pagina, è insolita. La formula abituale è stata: “il santo padre ha approvato il testo e ne ha ordinato la (o ha dato il suo assenso alla) pubblicazione”, ma nulla di simile appare in questo Appunto poco attento. Si apre così un altro spazio ai dubbi sull’autorità della Risposta». Anche se si possono avanzare argomentazioni contro la forma o lo stile con cui il documento è stato presentato, non c’è spazio per dubitare che non abbia rispettato la «formalità» stabilita, a tutt’oggi, dal can. 8 §1 del vigente Codice di diritto canonico, che stabilisce che «le leggi ecclesiastiche universali sono promulgate con l’edizione nella gazzetta ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis, a meno che in casi particolari non sia stato stabilito un modo diverso di promulgare». 

Gli Acta Apostolicae Sedis sono il più importante strumento di governo di cui il Papa dispone per esprimere la sua intenzione e volontà su come procedere, con un carattere ufficiale e universale, e non si applica solo alle norme strettamente giuridiche. 

 

Una norma divenuta vincolante

Questo è stato il modo di procedere di papa Francesco, che ha voluto adempiere a questa formalità e ha disposto che il documento Criteri fondamentali per l’applicazione del c. VIII dell’Amoris laetitia, elaborato dai vescovi della regione pastorale di Buenos Aires, «edantur per publicationem in situ electronico Vaticano et in Actis Apostolicae Sedis velut Magisterium authenticum (fosse emanato mediante pubblicazione sul sito web del Vaticano e in Acta Apostolicae Sedis come magistero autentico)» (cf. Acta Apostolicae Sedis 108(2016) 10, 7.10.2016, 1071-1074). In questo modo non c’è dubbio che egli voglia che questa interpretazione diventi una «norma vincolante» che non può essere considerata come un’opinione privata. Non è la prima volta che questo accade nella storia della Chiesa. Una situazione simile si verificò anche con una lettera dei vescovi tedeschi nel 1875 che fu dichiarata magistero autentico dall’allora papa Pio IX, come vedremo qui di seguito.

 

Il caso del Vaticano I

L’interpretazione dei vescovi tedeschi e la risposta di Pio IX. Nel mezzo dei dibattiti fioriti dopo il Concilio Vaticano I sulla costituzione dogmatica Pastor eeternus, il 14 maggio 1872 il cancelliere tedesco Otto von Bismarck inviò una lettera agli altri governanti europei. La lettera, scritta nel contesto del Kulturkampf, affermava, tra l’altro, che: a) «il papa si è appropriato della facoltà di arrogarsi i diritti episcopali in qualunque diocesi e di sostituire la potestà papale alla potestà territoriale del vescovo»; b) «la giurisdizione episcopale è stata assorbita dalla giurisdizione papale»; c) «i vescovi sono ormai semplici strumenti suoi [del papa], senza personale responsabilità» (Denz 3112). Di fronte a questa situazione i vescovi tedeschi scrissero un chiarimento al cancelliere tedesco (cf. Denz 3113-14). 

 

Una risposta a Bismarck

Tra gli argomenti offerti in risposta a Bismarck ne spiccano tre. Prima è detto che «secondo queste decisioni l’autorità di giurisdizione ecclesiastica, posseduta dal papa, è una potestà suprema, ordinaria e immediata». Successivamente, si legge, «secondo questa dottrina della Chiesa cattolica, il papa è vescovo di Roma, non vescovo di alcun’altra diocesi o città (…) Ma in quanto vescovo di Roma egli è anche papa, cioè pastore e capo della Chiesa universale, capo di tutti i vescovi e di tutti i fedeli; e la sua autorità papale non ha vigore soltanto in alcuni determinati casi eccezionali, ma sussiste e obbliga sempre, in ogni tempo e in ogni luogo». Infine, «in virtù di tale suo ufficio il papa ha il dovere di vegliare, affinché ogni vescovo in tuta l’estensione del suo incarico adempia i suoi doveri». L’argomentazione dei vescovi tedeschi si basava sul principio della necessitas Ecclesiae, per cui l’esercizio del potere papale, in quanto «ordinario, immediato e veramente episcopale», non significava che l’intervento permanente del papa nelle diocesi sarebbe diventato la normalità.

 

Pio IX fa propria l’interpretazione

In risposta al cancelliere Bismarck papa Pio IX accolse l’interpretazione offerta dai vescovi tedeschi come «dottrina cattolica autentica» e, a tal fine, pubblicò il 4.3.1875 la lettera apostolica Mirabilis illa constantia il 4 marzo 1875. In essa denunciava che «certi mezzi di comunicazione» dell’epoca avevano diffuso la «fuorviante interpretazione» del cancelliere Bismarck. Pio IX si esprime in questi termini. In primo luogo, «vi siete accinti a ristabilire il senso genuino delle definizioni del concilio Vaticano, che distorto da una dissertazione ingannevole diffusa da una certa lettera circolare«. In secondo luogo, «la voce astuta di certi giornali (…) ha tentato di contestare la fede della vostra fatica, insinuando che una dottrina delle definizioni conciliari sia stata da voi approvata e quindi pe nulla rispondente all’intenzione di questa Santa Sede». In terzo luogo, «la vostra dichiarazione riporta la dottrina cattolica autentica del sacro concilio e di questa Santa Sede, difesa con grandissima finezza mediante magnifici e insuperabili motivi di argomentazioni e spiegata così nitidamente essere in gradi di mostrare a qualsiasi uomo onesto che…» (Denz 3117). Infine, Pio IX assume come «magistero autentico» l’interpretazione data dai vescovi tedeschi.

Attraverso tutto ciò che abbiamo visto, possiamo riconoscere come un papa possa assumere come sua dottrina il testo di una conferenza episcopale o di un gruppo di vescovi, rendendo manifesti il suo pensiero e la sua volontà.

Rafael Luciani

Teologo

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