Martini e il Medio Oriente: profezie di ieri per l’oggi

La scelta dei testi del card. Carlo Maria Martini è a cura di Marco Vergottini.

Intercedere

• Intercedere non vuol dire semplicemente «pregare per qualcuno», come spesso pensiamo. Etimologicamente significa «fare un passo in mezzo», fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione.
Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. (…)

• È il gesto di Gesù Cristo sulla croce, del Crocifisso che contempliamo questa sera al centro della nostra assemblea. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio. (…) 

• Naturalmente un simile atteggiamento non calpesta affatto le esigenze della giustizia. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo: «Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro» (Le 23,34).

 

Dall’Omelia nella veglia per la pace
organizzata dai giovani di A.C. (Milano, 29 gennaio 1991)

 

Troppo facile trovare
un solo capro espiatorio e una sola vittima 

• In questi ultimi giorni, poi, si sono moltiplicati vergognosi attentati contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c’è un crescendo di violenza di cui non si vede la fine. Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura.

• Certamente la situazione è ancora troppo complessa e fluida per descriverla in maniera adeguata. Ogni giorno, poi, aggiunge la sua sorpresa, per lo più dolorosa. (…) Perciò mi sono chiesto con insistenza e ho chiesto al Signore: (…) ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?

• Ciò che urge è dirci che se non avviene un cambio radicale nella scala dei valori, se non vengono messi al primo posto la pace, la solidarietà, la mutua convivenza, l’accoglienza reciproca, l’ascolto e la stima dell’altro, l’accettazione, il perdono, la riconciliazione delle differenze, il dialogo fraterno e quello politico e diplomatico, mentre vengono contemporaneamente messe al bando le rappresaglie della guerra, se non vengono disarmate non solo le mani ma anche le coscienze e i cuori, noi avremo sempre a che fare con nuove forme di violenza e anche di terrorismo. Riusciremo magari a spegnerle per un momento, ma per vederle poi risorgere impietosamente altrove.

• Non dobbiamo ritenere che sia solo il nostro mondo occidentale quello chiamato da Gesù a cambiar vita. Il Signore afferma due volte, nel testo di Luca da cui siamo partiti (13,3.5): «Se non cambierete vita, perirete tutti!». La follia dell’autodistruzione, che assume nelle odierne culture innumerevoli forme, minaccia tutti quanti. Gli spettri della corruzione, del malgoverno, del prevalere dell’interesse privato e tribale su quello pubblico, della dittatura e del primato della forza e delle armi, stanno succhiando il sangue di innumerevoli poveri della terra.

• Sarebbe troppo facile trovare un solo capro espiatorio e una sola vittima. Zizzania e buon grano sono intrecciati profondamente in ogni angolo del pianeta. Gesù sa che il male è nascosto nel cuore di ogni uomo e di ogni cultura, sa che siamo «generazione incredula e perversa» (Mt 17,17).

• Pace è frutto di alleanze durature e sincere (enduring covenants e non solo enduring freedom), a partire dall’Alleanza che Dio fa in Cristo perdonando l’uomo, riabilitandolo e dandogli se stesso come partner di amicizia e di dialogo, in vista dell’unità di tutti coloro che egli ama. In virtù di questa unità e di questa alleanza ciascuno vede nell’altro anzitutto uno simile a sé, come lui amato e perdonato, e se è cristiano legge nel suo volto il riflesso della gloria di Cristo e lo splendore della Trinità. Può dire al fratello: tu sei sommamente importante per me, ciò che è mio è tuo. Ti amo più di me stesso, le tue cose mi importano più delle mie. E poiché mi importa sommamente il bene tuo, mi importa il bene di tutti, il bene dell’umanità nuova: non più solo il bene della famiglia, del clan, della tribù, della razza, dell’etnia, del movimento, del partito, della nazione, ma il bene dell’umanità intera: questa è la pace.

Dal Discorso di Sant’Ambrogio (Milano, 6 dicembre 2001)

 

Ogni popolo guardi il dolore dell’altro

• Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca ii vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell’adorazione dell’idolo della potenza e del successo totale a ogni costo è l’idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l’immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell’immagine sfigurata dell’uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza – a cui ha fatto più volte allusione il papa Giovanni Paolo II – può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell’idolatria del potere e della violenza. È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace.

• Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di sé stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui e premessa di ogni futura politica di pace.

Dal Corriere della sera (27 agosto 2003)

 

La via stretta della pace

• La pace dono di Dio è qualcosa di molto più grande della pace del mondo. E come dice san Paolo ai Filippesi, questa pace di Dio «sorpassa ogni intelligenza», mentre la pace del mondo è a portata dell’intelligenza umana. Quella sorpassa ogni intelligenza ed è quindi dono di Dio, che deve custodire i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù. Dunque, questa pace è distinta dalla pace del mondo, è dono di Dio, è frutto della preghiera e può essere data anche in circostanze totalmente avverse. Mi ha colpito molto il colloquio con un giovane padre di famiglia palestinese, che mi diceva: «Se la pace non c’è dentro noi, tutto il resto non conta». Che ci sia la pace nei cuori è dono del Signore. Dobbiamo anzitutto chiederla.

• La nostra preghiera raggiunge in qualche modo quella di Gesù, perché la nostra preghiera di intercessione è molto povera. Io cerco di vivere qui la preghiera di intercessione, anzi le ho dato il primo posto, la priorità su tutto ciò che intendo fare qui a Gerusalemme, però proprio per questo sento la povertà estrema di questa preghiera. Ora sento che questa goccia di preghiera si unisce al fiume che nasce da tutte le Chiese, da tutte le comunità cristiane, da tutte le comunità che pregano, da tutte le preghiere anche fuori dall’ambito cristiano. E tutte queste preghiere costituiscono un fiume, un mare. E questo mare è tutto riassunto nella preghiera di intercessione di Gesù al Padre e quindi è una preghiera efficace. Il vostro cammino sarà dunque accompagnato dalla preghiera e sarà questa la carta decisiva da giocare.

Dal «Cammino ecumenico di pace»
promosso dal Consiglio delle Chiese di Milano
(Gerusalemme, 17-24 giugno, 2004)

Carlo Maria Martini

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