Commento alle letture per la liturgia della XXXIII domenica del Tempo ordinario

Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127 (128); 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

La parabola che il Vangelo di questa domenica ci presenta è forse tra le più conosciute e ricordate. Spesso la lettura che se ne fa è di carattere moralistico: i talenti vengono considerati doni e attitudini e la riflessione verte sull’uso che una persona ne fa nella propria vita. In realtà il testo si potrebbe – e forse si dovrebbe – leggere a partire dal suo senso letterale prima che allegorico.

In altre parole siamo di fronte a un racconto che vuole comunicarci un messaggio a partire da una situazione concreta: un padrone ricco che affida a dei suoi impiegati una somma di danaro, da gestire in un determinato tempo, che coincide con la sua assenza dall’azienda o società che sia.

La somma che affida a ciascuno è abbastanza considerevole, se teniamo conto che un talento corrisponde all’incirca a 10.000 denari, e che un denaro era la paga giornaliera di un operaio. Stiamo dunque parlando di una somma che corrisponde a circa trent’anni di lavoro per un talento, e lascio ai lettori fare le ulteriori moltiplicazioni per due e per cinque talenti.

Anche se non è specificato che cosa debbano fare i servi del padrone con questi talenti, è implicito da quanto segue che è loro compito farli fruttificare. Di fatto sia il primo che il secondo servo si adoperano a questo fine e, come risulterà al ritorno del padrone, con ottimi risultati.

Non così il terzo servo, che ha paura, cioè non vuole correre il rischio di investire la somma affidatagli e preferisce conservare il talento sotto terra, dalle nostre parti si potrebbe dire «sotto il materasso», con la certezza che in questo modo il talento non andrà perso. 

Al ritorno del padrone i primi due servi, che hanno saputo moltiplicare il denaro ricevuto, ricevono una «promozione» – fedeli nel poco, ora potranno avere potere su molto –, ma soprattutto ricevono la possibilità di prendere «parte alla gioia» del padrone. Diversamente, il servo timoroso non solo sarà «licenziato», ma anche ridotto allo stremo.

Dietro a questa storiella ci sono alcuni aspetti interessanti dal punto di vista economico, che forse non sempre vengono visti. 

Il primo è che il denaro è fatto per circolare, per essere investito: un capitale che rimane fermo non solo non produce interessi, ma non produce neanche ricchezza e benessere per tutti coloro che in qualche modo ruotano intorno a qualsiasi investimento produttivo.

Il secondo aspetto riguarda il fattore di rischio: investire del denaro significa accettare di correre il rischio di perderlo. È vero che il rischio può essere ben calcolato e oculato, ma rimane comunque tale. E ben lo sa il terzo servo che, appunto, tale rischio non lo vuole assolutamente correre e nasconde il talento sotto terra.

Ma in questo modo non tiene conto di due aspetti ulteriori, tra loro connessi, che costituiscono un altro tipo di rischio, proprio legato alla non fluidità del denaro. Il primo, come si è già detto, è che se il denaro non circola non produce ricchezza, per sé e per gli altri, il secondo è che tale «stasi» produce, al contrario, una svalutazione del denaro stesso, per cui «quel talento» al ritorno del padrone non varrà allo stesso modo di quando gli era stato affidato. 

Oltre a queste brevi riflessioni di carattere «finanziario», ve n’è un’altra di tipo più relazionale/soggettiva: che cosa fa sì che i primi due servi accettino di correre il rischio di investire i talenti affidategli?

Credo che la risposta si possa trovare nella qualità di relazione che i servi hanno nei confronti del loro padrone. In realtà le loro azioni manifestano un rapporto che non si limita a quello tra impiegato e padrone; la loro partecipazione al benessere dell’azienda/società, compreso il rischio che sono disposti a correre, manifesta un legame di appartenenza al loro padrone che va al di là del semplice «dovere contrattuale».

A differenza del terzo servo, infatti, non viene detto come costoro considerano il loro padrone, ma certamente ai loro occhi non appare quell’«uomo duro che miete dove non semina e raccoglie dove non ha sparso», così come invece viene descritto dall’ultimo servo. Ed è proprio la qualità di relazione con il padrone e la loro compartecipazione al bene dell’azienda/società che li rende capaci di affrontare il rischio, ma soprattutto in grado di partecipare alla gioia del loro padrone.

Diversamente, molto distaccata e distante è la relazione tra il terzo servo e il padrone, anzi si potrebbe dire che ai suoi occhi questi sembra essere tutt’altra persona da come lo vedono i primi due. Da tutte queste osservazioni si potrebbero trarre degli input interessanti su come gestire le relazioni in una società/azienda, ma soprattutto si può cogliere il valore del «rischio» che la vita ci pone costantemente davanti; il rischio che ogni scelta comporta, ma anche la consapevolezza che il «scegliere di non scegliere» determina rischi ben maggiori.

Ester Abbattista

Biblista

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