Lettera a te, popolo vittima di abuso nella Chiesa

Pubblichiamo questa «Lettera a te, popolo vittima di abuso nella Chiesa» in coincidenza con l’odierna III Giornata di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, e mentre il Servizio nazionale per la tutela dei minori, al termine della LXXVIII Assemblea generale della CEI, ha presentato il documento il documento «Proteggere, prevenire, formare» (che contiene la seconda rilevazione sulla rete territoriale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili). L’autrice, Luisa Dileo ci ha inviato la «Lettera»  accompagnata dall’introduzione che segue. (G. Mc).

Questa lettera…

«Questa lettera è inserita all’interno di una tesina elaborata per un corso al quale ho partecipato come uditrice, presso la Pontificia università gregoriana: «La crisi degli abusi nella Chiesa, per una conversione ecclesiologica, di fronte alla sfida del safeguarding». La mia formazione psicopedagogica (sono insegnante e consulente familiare), la mia sensibilità e il mio percorso di vita mi hanno orientata verso coloro che il Vangelo definisce i piccoli, vittime di ingiustizie e scandali. Il desiderio, pertanto, attraverso questa lettera, è quello di creare un luogo di ascolto che provi a far risuonare il dolore profondo delle persone che sono state abusate nell’anima e nel corpo».

 

Il grido e la paura

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,7-8). 

Caro popolo mio, il tuo grido a lungo soffocato oggi giunge a me. Non posso non guardarti, non posso non ascoltarti. Vedo la tua vita che fatica a riprendere il volo. La ferita ti inchioda al suolo, appesantisce i tuoi pensieri, toglie energia ai tuoi giorni. 

Mi dici che quella fiducia fondamentale che guidava i tuoi passi e che accompagnava le tue scelte è stata contaminata. 

Hai paura. 

Hai paura di soffrire ancora. Allora cerchi di non pensarci, di distrarti con propositi nuovi, di non sentire… ma basta una parola, un incontro che ti ricorda l’accaduto e le persone coinvolte, che lo stomaco si chiude, il cuore sale in gola, l’agitazione ti assale, il senso di impotenza prorompe. 

 

La dolorosa ferita

Come ho potuto fidarmi? Come ho potuto riporre la mia vita nelle loro/sue mani? – continui a ripetere. Popolo mio, così desidero chiamarti, perché tu senta di appartenere a un popolo che Dio ama. 

Forte è la percezione di sentirti sradicato dal terreno della comunità dove avevi piantato la tua vita. Persa è la memoria nei giorni in cui i pensieri alienanti vagano senza radici. 

Dolorosa è la ferita delle tue radici recise. 

Isolato, separato, annullato. 

Che cosa desideri che io faccia per te? Mi dici: «Essere ascoltato e creduto». 

Il dubbio, il sospetto da parte di chi ti circonda che tu stia mentendo o esagerando o travisando certi gesti o parole, ti ha generato ancor più confusione. 

«Chi sono io – ti dici – dinanzi al potere, alla rispettabilità di quella persona, di quella istituzione?». 

Ti sei fidato di quelle attenzioni, desideravi sentirti speciale, ne avevi bisogno. 

Che cosa vuoi che io faccia per te? 

 

Il rischio di perdere l’anima

«Guardarmi come una persona che ha valore. I miei occhi – dici – vedono solo fallimento, le mie parole sono piene di giudizi severi verso di me. Provo tanta rabbia per aver perso tanta vita. L’abuso si è insinuato nello spazio della mia vulnerabilità. Proprio lì e in ciò di cui avevo più bisogno: protezione, accompagnamento, testimonianza della bellezza della vita cristiana, riconoscimento. Invece ho rischiato di perdere l’anima. I luoghi della pace sono diventati luoghi di rinnovato dolore, le parole di Dio hanno perso la loro credibilità sulla bocca di coloro che dicono di rappresentarlo, i sogni sono stati mortificati». 

Chiedi, popolo mio, a chi ti si avvicina di volerti bene senza toglierti la tua libertà; di non usare il suo potere, il suo prestigio, il suo ruolo per assoggettarti alle sue decisioni, manipolando la tua coscienza con parole mistificatrici e gesti subdoli. 

Ti chiedo perdono a nome di coloro che hanno abusato della tua incapacità di vedere dove si celava il male. Ti chiedo perdono per il dolore profondo che ti hanno fatto sentire, il senso di tradimento e di smarrimento, come un terremoto che fa crollare tutto e dopo non resta che la strada ricoperta di macerie da togliere con pazienza e lacrime. Ti chiedo perdono per il lungo tempo che ti costa doverti ritrovare dopo esserti perduto, popolo mio. Ti chiedo perdono perché chi avrebbe potuto esporsi per tutelarti ha preferito nascondersi dietro un lunghissimo silenzio. Ti chiedo perdono per il discredito che hanno creato intorno a te, facendoti sentire sbagliato, folle, inaffidabile. Quanto dolore, popolo mio, poiché ancora oggi quelle accuse hanno potere su di te e tu stesso ti senti sbagliato, folle e non riesci a darti fiducia. 

 

Aiutami a vigilare

Che cosa desideri che io faccia per te? 

«Aiutami a diventare più consapevole del mio valore. Aiutami a vigilare sulle possibili dinamiche abusanti. Ho bisogno di imparare a comprendere chi sono come popolo di Dio, comunità sacerdotale».  

Luisa Dileo

Insegnante e consulente familiare

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