Violenze: i 4 pilastri del Sinodo e i conti con la realtà

Una delle urgenze (cf. Re-blog.it del 30 ottobre) che costituiranno una cartina al tornasole dell’effettivo stile sinodale della Chiesa e delle sue comunità è quella delle violenze e degli abusi.

La «Relazione di sintesi» (sul prossimo numero de Il Regno-documenti) ne accenna nelle III parti. 

Nella I (lettera e) si parla di vittime che sono state o ancora sono «invisibili» per la Chiesa e del fatto che se si vuole intraprendere il «lungo cammino verso la riconciliazione e la giustizia» è necessario «affrontare le condizioni strutturali che hanno consentito tali abusi e compiere gesti concreti di penitenza».

 

I vescovi, tra paternità e trasparenza

Nella II (n. 9, lettera f) si accenna al fatto che ancora molte donne nella Chiesa subiscono «abusi sessuali, di potere ed economici»; si parla (n. 12, lettera i) del ruolo del vescovo che deve essere improntato a una «cultura della trasparenza e [del] rispetto delle procedure previste per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili». Tuttavia si rileva che la «gestione degli abusi pone molti vescovi nella difficoltà di conciliare il ruolo di padre e quello di giudice». Pertanto «si chiede di valutare l’opportunità di affidare il compito giudiziale a un’altra istanza, da precisare canonicamente.

Alla lettera j si parla di definire «strutture e processi di verifica regolare dell’operato del vescovo», sottolineando che «la cultura del rendiconto è parte integrante di una Chiesa sinodale che promuove la corresponsabilità, oltre che un possibile presidio contro gli abusi».

 

La voce delle vittime

Infine, nella III parte (n. 16, lettera f) si dice che «la Chiesa deve ascoltare con particolare attenzione e sensibilità la voce delle vittime e dei sopravvissuti agli abusi sessuali, spirituali, economici, istituzionali, di potere e di coscienza da parte di membri del clero o di persone con incarichi ecclesiali. L’ascolto autentico è un elemento fondamentale del cammino verso la guarigione, il pentimento, la giustizia e la riconciliazione».

Sintetizzando, l’analisi delle «condizioni strutturali», la «trasparenza», la «verifica dell’operato dei vescovi» e l’ascolto della «voce delle vittime» sono i 4 pilastri individuati dal Sinodo della Chiesa universale per compiere un passo avanti sul tema delle violenze e degli abusi.

 

In Italia: la Seconda rilevazione

Per quanto riguarda la Chiesa universale, sicuramente la decisione, ancorché tardiva, di togliere la prescrizione nei procedimenti che riguardano l’ex gesuita Marko Ivan Rupnik va nella direzione dell’ascolto delle vittime (donne e adulte), che in questa vicenda a più riprese hanno fatto sentire la propria voce; e, forse, di una maggiore trasparenza in un caso piuttosto ingarbugliato.

Un appunto poi per quanto riguarda l’Italia. Il 16 novembre, antivigilia della Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili» che si celebra il 18, la 78ª Assemblea generale straordinaria della CEI ha reso nota la Seconda rilevazione sulla rete territoriale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.  

 

La cultura della prevenzione…

In attesa di valutare nel dettaglio la novantina di pagine della relazione, confrontandola con quella resa nota lo scorso anno, si può dire che questo lavoro continua nella direzione di una maggiore cultura della prevenzione, sicuramente poco diffusa sino a poco tempo fa nel nostro paese e in specie nelle comunità ecclesiali.

Va inoltre incontro alle vittime, nel senso che nonostante il fatto che il numero dei Centri d’ascolto rispetto alla rilevazione dell’anno scorso (cf. Re-blog.it, 18.11.2022) non sia sostanzialmente cresciuto (108, presenti per lo più nelle grandi diocesi del Nord), lo è invece il numero dei contatti di presunte vittime o loro famigliari, che sono passati da 86 a 374. Anche se i «casi» segnalati sono solo 32 e relativi a 54 vittime, prevalendo invece il desiderio di «avere informazioni».

 

…e l’analisi delle cause strutturali

Certo è che sull’analisi delle cause strutturali siamo ancora fermi: e si può solo dedurre che la promessa (a maggio e a novembre 2022) della realizzazione dell’indagine sui 613 fascicoli relativi a «casi» italiani giacenti al Dicastero per la dottrina della fede, che analizzerebbero un quadro relativo agli ultimi 20 anni, sia contenuta in un passaggio del Comunicato finale della sopracitata Assemblea generale straordinaria della CEI, che così recita: «Intanto, stanno proseguendo le attività che vedono coinvolti l’Istituto degli Innocenti di Firenze e il Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna attraverso la predisposizione di una griglia di lettura di dati statistici».

Non mi risulta ci siano state domande e spiegazioni in merito nel corso della conferenza stampa al termine dell’Assemblea.

 

Nella Chiesa non c’è prescrizione

Molte fonti riportano l’affermazione «nella Chiesa non c’è prescrizione» fatta dal card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, che ha anche aggiunto che la prescrizione per il diritto civile è un problema, «ma nella Chiesa non esiste», in quanto nella Chiesa questi tipi di reato sono sempre perseguiti. Infatti «chiunque denuncia anche a distanza di anni viene ascoltato, e comunque noi facciamo un procedimento interno. In molti casi non c’è un rimando al penale perché prescritto, ma per noi no. Ci sono casi di persone che denunciano solo all’autorità ecclesiastica e non hanno alcuna intenzione di denunciare alle autorità civili, mentre la nostra richiesta è di rivolgersi anche alle autorità civili».

 

A proposito di insabbiamenti

A dire il vero, i delitti riservati al Dicastero per la dottrina della fede (contro minori o relativi all’assoluzione del complice nel sacramento della confessione) si prescrivono dopo vent’anni (a partire dalla maggiore età della vittima), salva la possibilità del Dicastero di derogare; negli altri casi esiste una prescrizione di 5 anni con possibilità di deroga. Ma resta vero che la possibilità di deroga nel diritto «laico» non c’è.

Ottimista anche il suo giudizio di ipotetici episodi di insabbiamento da parte dei vescovi: «È difficile – ha risposto a una domanda specifica il presidente della CEI – che oggi un vescovo insabbi (…) Semmai il rischio è quasi il contrario: che per prudenza si avviino procedimenti giuridici anche soltanto per verificare i fatti».

L’analisi dei fascicoli giacenti nella sezione disciplinare del Dicastero per la fede potrebbe effettivamente gettare una luce oggettiva in materia.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “il Regno”

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