Commento alle letture per la liturgia della solennità di Cristo re dell’universo

Ez 34,11-12.15-17; Sal 22 (23); 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Nel Vangelo di questa domenica Gesù parla della venuta del Figlio dell’uomo, e il riferimento è al Libro di Daniele, dove si legge: «Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dn 7,13-14).

Il suo è un discorso in terza persona, ma non si fa fatica a comprendere che la citazione implicita che fa di Daniele è riferita a lui stesso e al tempo finale, quello della parusia, ovvero del ritorno del Messia per il compimento della salvezza. Ma non vi è davvero salvezza senza giudizio; un giudizio non arbitrario o di parte, ma espressione unicamente di verità.

Tale giudizio, poi, è universale, come dice il testo evangelico, rivolto a «tutti i popoli», al di là del loro credo, della loro cultura. Questa universalità di giudizio è però declinata al singolare, dato che verte sulle azioni di ogni singolo individuo, azioni che sono elencate in modo dettagliato: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, accogliere gli stranieri, vestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati.

Questo elenco di sei azioni corrisponde alle cosiddette opere di misericordia conosciute e praticate nel mondo ebraico, prima ancora che in quello cristiano, e così riportate nel trattato Sotah 14a: «Rabbi Ḥama, figlio di Rabbi Ḥanina, dice: “Qual è il significato di ciò che è scritto: ‘Seguirete il Signore, vostro Dio, temerete lui, osserverete i suoi comandi, ascolterete la sua voce, lo servirete e gli resterete fedeli’ (Dt 13,5)? Ma è davvero possibile per una persona seguire la Presenza divina? Ma non è già stato detto che: ‘Il Signore tuo Dio è un fuoco divorante, un Dio geloso’ (Dt 4,24), e non ci si può avvicinare al fuoco”? E il rabbi spiega: “Il significato è piuttosto quello di seguire gli attributi del Santo, benedetto Egli sia. Così come Egli [Dio] veste gli ignudi, come è scritto: ‘Il Signore Dio fece ad Adamo e a sua moglie degli abiti di pelle e li vestì’ (Ge 3,21), così anche voi dovete vestire gli ignudi. Così come il Santo, che sia benedetto, visita i malati, come è scritto a proposito dell’apparizione di Dio ad Abramo dopo la circoncisione: ‘Il Signore gli apparve presso i terebinti di Mamre’ (Gen 18,1), anche voi dovete visitare i malati. Proprio come il Santo, che sia benedetto, consola chi è in lutto, come è scritto: ‘Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse Isacco, suo figlio’ (Gen 25,11), anche voi dovete consolare chi è in lutto. Come il Santo, che sia benedetto, seppelliva i morti, come è scritto: ‘E fu sepolto nella valle in terra di Moab’ (Dt 34,6), anche voi dovete seppellire i morti”».

Se torniamo ora al Vangelo capiamo che le azioni che Gesù elenca e che saranno oggetto di giudizio da parte del «Figlio dell’uomo» non sono estranee al suo mondo e a quello dei suoi discepoli, ma anzi costituiscono il «modello» etico da seguire che ha come fondamento l’azione stessa di Dio. 

Vi è però un particolare in più di novità: Dio non è solo colui che per primo dà da mangiare, da bere, da vestire eccetera, ma, nelle parole di Gesù, il «Figlio dell’uomo», questa figura messianica, è anche l’affamato, l’assetato, l’ignudo, lo straniero, e tutto questo senza che lo si possa riconoscere: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?», dato che ogni «uno», ogni singola persona che si trova in una delle condizioni elencate e che è oggetto di attenzione o di non attenzione, è in realtà «presenza incarnata» di Dio stesso.

Tutto questo porta a un’interpretazione, da parte di Gesù, in un certo qual modo rivoluzionaria del «Figlio dell’uomo» di Daniele. Dato che «colui che viene» non è solo il «re dell’universo», il suo farsi presente non è solo un movimento «dall’alto», ma è anche un manifestarsi «dal basso»; il suo giudizio consiste nel far emergere e, allo stesso tempo, restituire quella dignità che è propriamente umana, una dignità che se da una parte appartiene a ogni singolo «uno», indipendentemente dalla condizione in cui si trova, dall’altra è, proprio perché umana, divina.

Nell’incarnazione, infatti, come direbbe san Paolo, il Cristo, ovvero il Messia, «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2, 6-7).

Ester Abbattista

Biblista

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