Il 21 novembre è stata resa nota la risposta «privata» (dettaglio oggi di nessun conto) di Francesco, inviata il 10 a una missiva di pochi giorni prima firmata da Katharina Westerhorstmann, Marianne Schlosser, Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz e Dorothea Schmidt che, in disaccordo con le ultime decisioni assunte dal Synodale weg, si sono dimesse dall’organismo.

Il breve testo papale conforta la loro scelta: Francesco esprime «preoccupazione» per il percorso tedesco che a suo dire s’allontana «sempre più dal cammino comune della Chiesa universale».

Il perché è presto detto: l’11 novembre ha visto la luce la Commissione sinodale, ovvero l’organismo incaricato di studiare le tappe e la modalità con le quali arrivare all’istituzione del «Consiglio sinodale», ovvero l’«organo consultivo e decisionale sugli sviluppi essenziali della Chiesa e della società», che dovrebbe prendere «decisioni fondamentali di rilevanza sovra-diocesana», così come approvato dall’Assemblea sinodale il 10 settembre 2022.

 

«Un po’ egocentrico», dice il papa

Il punto è che nel Consiglio siederebbero anche i laici. E questo è visto da qualche vescovo, tedesco e non, come «inconciliabile con la natura sacramentale della Chiesa».

Ne è venuto anche uno scambio, in presenza a novembre 2022 ed epistolare con Roma lo scorso gennaio, cui si può riandare nel dettaglio qui e qui. La novità di oggi è l’aperto schierarsi del pontefice con i dissidenti, tanto da fargli dire che la ricerca della «“salvezza” in organismi sempre nuovi e il concentrarsi sempre sugli stessi argomenti in una forma un po’ egocentrica» dovrebbero essere soppiantati dalla preghiera, dall’adorazione e dal contatto con i fratelli e sorelle più poveri, invito già reiterato al n. 8 della Lettera al popolo di Dio che è in cammino in Germania (2019), dove esortava ad andare «incontro ai nostri fratelli, soprattutto a quelli che sono abbandonati sulla soglia delle nostre chiese, in strada, in carceri e ospedali, piazze e città» (Regno-doc. 15,2019,483), perché – conclude la lettera alle 4 dissidenti – «sono convinto che è qui che il Signore ci indicherà la strada».

 

L’America Latina e l’Australia, invece…

Sarà anche per questo che non si parla della Germania nella parte finale della Relazione di sintesi (n. 20; il testo anche sul prossimo Regno-doc. 21,2023) della recente Assemblea sinodale di ottobre, ma si citano invece i casi latinoamericani e australiano?

In effetti tutto è andato liscio quando si è costituita l’Assemblea ecclesiale panamazzonica nel 2021, dove un laico, Mauricio Lopez, è secondo vicepresidente; e quando si sono celebrate le Assemblee ecclesiali continentali.

Lo stesso dicasi per il percorso intrapreso dall’Australia che ha celebrato il suo V Concilio plenario, concluso nel luglio 2022. È vero però che, come diceva l’arcivescovo di Melbourne, Peter A. Comensoli (ad aprile scorso in un convegno presso la Pontificia università gregoriana), la scelta australiana è stata quella di uno strumento (il Concilio plenario continentale) che facesse sì che tutto il percorso fosse seguito (e approvato) da Roma.

In particolare si è saputo proprio in questi giorni che sono a Roma in attesa della recognitio i 5 volumi dei decreti del Concilio australiano. Il decreto n. 7 recita: «A servizio della comunione, partecipazione e missione: la governance». In esso, scindendo il decision taking (l’atto di assunzione delle decisioni) dal decision making (il processo di formazione delle decisioni), si propone che i laici prendano parte al decision making come «prassi di sinodalità» e sulla base del principio di sussidiarietà, in modo tale che non siano solo i ministri ordinati a fare tutto in maniera autocratica.

 

Rahner, König, Zulehner

Interessante il commento a tutto questo del teologo e pastoralista Paul M. Zulehner, tratto da un post (22.11.2023) sul suo blog.

«Mi viene in mente una notevole affermazione di Karl Rahner. Nel suo lavoro si è trovato spesso nella stessa posizione degli attuali responsabili del Cammino sinodale in Germania. Fu pesantemente criticato per le sue posizioni e gli fu vietato di parlare e scrivere, da Roma e dal suo ordine. Gli era stato chiesto come affrontava la cosa. Rispose piccato: «O mi sbaglio, e allora mi tiro indietro. Oppure quello che dico è vero e probabilmente sono arrivato troppo presto».

Nello stesso senso Zulehner cita lo scontro tra l’arcivescovo di Vienna card. Franz König sulla questione (per lui ammissibile) della comunione ai divorziati risposati per singoli casi; tema che lo portò in rotta di collisione con Giovanni Paolo II. I vescovi austriaci scrissero una dichiarazione che concedeva questa possibilità non «in linea di principio», ma come soluzione a «singoli casi». Si era nel 1980.

«Solo nel 2015 papa Francesco, in una nota a piè di pagina di Amoris laetitia, ha ritenuto possibile accostarsi ai sacramenti in casi individuali. Per inciso, io stesso ho ricevuto un monito dalla Congregazione per la dottrina della fede quando ero a Passau perché nel mio libro Scheidung, was dann…? (Divorziare, e poi?) avevo definito la dichiarazione austriaca teologicamente ammissibile. Eravamo troppo in anticipo». D’altra parte – conclude – «in un’organizzazione come la Chiesa cattolica gli sviluppi non partono da una decisione unanime presa a Roma», ma dal lavoro di alcuni «pionieri» che poi «influenzerà gradualmente la Chiesa universale».

 

Una lettera del card. Parolin

Mentre chiudiamo queste note è arrivata la notizia (Die Tagespost, 25.11.2023) che vi è un’ulteriore missiva. Essa è stata inviata il 23 ottobre dal card. Pietro Parolin alla segretaria della Conferenza episcopale tedesca Beate Gilles e l’oggetto non riguarda gli «organismi» del Synodale weg ma due contenuti, su cui l’Assemblea tedesca si era espressa: l’ordinazione delle donne e la questione dell’omosessualità.

Senza entrare qui nel merito, il testo, oltre a ribadire che la prima questione è «considerata chiusa in tutta la Chiesa» e che per quanto riguarda la seconda nessuna Chiesa locale «ha la possibilità di prendere una posizione diversa riguardo agli atti omosessuali», ricorda che è bene «rispettare il cammino [sinodale] della Chiesa universale ed evitare l’impressione che siano in corso iniziative parallele, indifferenti allo sforzo di “camminare insieme”».

Maria Elisabetta Gandolfi Daniela Sala

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