Don Raed Abusahlia vive in Galilea, a una cinquantina di chilometri da Nazareth. Documenta lo stato degli ulivi secolari della Palestina e dei 531 villaggi distrutti nel 1948, l’80% di quelli preesistenti. Partecipa a incontri nelle scuole per parlare di convivenza in Terra santa. Dopo gli ultimi cinquanta giorni di un conflitto che da decenni infiamma il Medio Oriente, il suo è uno sguardo pragmatico pervaso da un’utopia possibile.  

Durerà il cessate-il-fuoco?

La guerra non è la salvezza per Israele. A ripeterlo è don Raed Abusahlia, parroco di Reneh, villaggio arabo della Galilea, situato tra Nazaret e Cana di Galilea. Segue con piglio di analista geopolitico l’evoluzione di un conflitto aperto la cui tregua umanitaria sembra non apparire, ai suoi occhi, segnale di prolungato cessate-il-fuoco. «Noi sappiamo molto bene da trent’anni – ammette – che non ci sono “accordi sacri” con Israele. Mi dispiace dirlo». Il sacerdote allude a una posizione, quella del governo israeliano appunto, che ha disatteso nel tempo risoluzioni internazionali, il che pregiudicherebbe sfavorevolmente la fiducia.

 

Un mondo cieco, sordo, muto

Don Raed, già segretario e direttore della Caritas di Gerusalemme, non usa mezzi toni e denuncia il fatto che «nessuno parla dei 6.000 palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, e dei 3.200 palestinesi arrestati nei Territori occupati. Ogni giorno – afferma – i soldati entrano nei campi profughi a Nablus, a Ramallah, a Gerusalemme e arrestano civili. Tutto accade in questo mondo cieco, sordo, muto, ingiusto». In linea con quanto ha di recente dichiarato il card. Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, secondo il quale servono prospettive politiche per Gaza, Abusahlia scandisce che è proprio questa «l’unica conclusione che il mondo deve capire». E ripete che non c’è una soluzione militare a questo conflitto. Con tutta la sua potenza, osserva, Israele non ha potuto vincere finora contro la gente di Hamas che si nasconde come i topi sotto terra. «Fino a quando si può continuare?». Intanto, lamenta, l’economia israeliana sta crollando, la guerra costa miliardi ogni giorno. 

 

Uno Stato unico

Sembra un’ovvietà, eppure «la prospettiva deve includere non solo la fine della guerra ma andare alle radici del conflitto», incalza ancora il parroco, per il quale a monte dell’incancrenirsi della situazione c’è l’occupazione israeliana: «deve finire il più presto possibile. Non si può negoziare fino all’eternità». Entra poi nel vivo della questione diplomatica e smonta quella che, secondo lui, non è la soluzione opportuna, sebbene la più diffusa: due popoli, due Stati. Si tratterebbe, a suo dire, di una grande illusione e addirittura di una perdita di tempo perseguirla ancora. «È infatti impossibile implementarla sul terreno a causa della presenza di 300 insediamenti con 700.000 coloni nei territori palestinesi. Io sono per uno Stato unico con due popoli e tre religioni, quelle abramitiche: uno Stato che sia laico e democratico». Sa bene, don Raed, che i nemici di oggi non diventeranno amici domani. Il processo sarebbe comunque graduale. «Si può cominciare con una federazione, o una confederazione con garanzie internazionali. Senza muri, senza separazioni, la stessa Gerusalemme non deve essere divisa», precisa, facendo riferimento al modello belga o a quello svizzero a cui poter guardare. 

 

Giustizia per la Terra santa

Il sacerdote ammette che ai più apparirà come un sogno, un’utopia, ma per lui «è l’unica soluzione, se vogliamo veramente rispettare l’identità di questa terra». Una soluzione profetica, dice, «un’utopia possibile. Il problema è che ora la leadership israeliana non è pronta». 

Abusahlia guarda alla storia: «Ciò che succede oggi a Gaza è peggio di ciò che successe al popolo palestinese nel 1948: allora subì 55 massacri, qui in 48 giorni Israele ne ha compiuti 1.600». Il pensiero corre a quanto amava ripetere il predecessore di Pizzaballa, il patriarca Michel Sabbah, di cui egli fu segretario: i confini sicuri sono i cuori riconciliati. E il pensiero va a quelle 50.000 donne incinte a Gaza, ai nascituri che avranno conosciuto la guerra già dal grembo delle madri. La guerra alimenta la spirale di odio e di rancore, sottolinea don Raed, che richiama all’urgenza di una giustizia effettiva in Terra santa. Se questa continuerà a mancare, si potranno costruire muri fino al cielo, spiega, ma la sicurezza non ci sarà. Parole dure e amare che risuonano da questo lembo vicinissimo al Libano. «Una grande montagna ci protegge dai missili», ci saluta Raed.

Antonella Palermo

Giornalista

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