Il 1° dicembre compie 90 anni un personaggio importante della teologia italiana, «don» Giovanni Cereti, che abbiamo voluto celebrare incontrandolo a Roma qualche settimana prima del suo compleanno. L’intervista completa, a cura di Daniela Sala, si trova sull’ultimo numero de Il Regno – Attualità, alle pp. 632-633 e qui in digitale. A seguire ne riportiamo uno stralcio.

Le nuove nozze nella Chiesa antica

– Una delle piste di ricerca principali del suo significativo e fruttuoso percorso di studi è stata quella relativa alla prassi della Chiesa antica rispetto al problema dei «digamoi», in sostanza quanti entravano in un secondo matrimonio dopo la fine del primo. E di qui ha prospettato l’ipotesi di creare una nuova prassi nella Chiesa per dare una risposta alla questione dei divorziati risposati.

«Il mio interesse al problema dei divorziati risposati nasce dal fatto che dal 1966 al 1970 ho lavorato in un tribunale ecclesiastico, e ho visto come esso, pur con le migliori intenzioni da parte di chi ci lavorava, appariva assolutamente inadeguato rispetto appunto alla risposta a questo problema da parte della Chiesa dell’epoca. E quindi nel giugno del 1971 pubblicai con le Edizioni dehoniane Bologna (EDB)  il volume Matrimonio e indissolubilità, nuove prospettive.

Sono molto riconoscente all’editore di allora, perché scrissi il libro prima di partire per l’Africa e lo affidai alla casa editrice per la pubblicazione quasi senza poter rivedere assolutamente nulla. Però quel lavoro riscosse interesse in ambito accademico, ricordo in particolare le parole di apprezzamento di Peter Huizing, docente di Diritto canonico all’Università cattolica di Nimega, nei Paesi Bassi. Io dissi, dopo, che mi pareva che certi passi mi fossero stati come suggeriti dall’esterno, quasi “sotto dettatura”».

 

Citato in Amoris laetitia,
ma a suo tempo non potei più insegnare

«Dopo questa prima pubblicazione, nel 1977 seguì Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, edito sempre da EDB, dove ho cercato di dimostrare che la Chiesa primitiva assolveva i divorziati risposati attraverso il sistema della penitenza, da vivere lungo un anno in cui si era esclusi dall’assoluzione, ma poi si veniva assolti e si poteva partecipare alla vita della comunità cristiana. Quindi non si poteva più dire che la Chiesa non aveva mai conosciuto la soluzione di questo peccato in particolare, cioè il peccato di essere venuti meno al proprio impegno coniugale.

Credo d’aver dimostrato che nella Chiesa primitiva in realtà si dava l’assoluzione dopo un anno di penitenza pubblica. Questi sono i lavori principali che io ho fatto nella mia vita».

– Che impatto hanno avuto queste ricerche nella vita della Chiesa?

«Le racconto un episodio. Il card. Francesco Coccopalmerio, qualche mese fa, mi ha detto che ha riletto attentamente l’esortazione postsinodale Amoris laetitia, che ha concluso il processo sinodale del 2013-2014 sulla famiglia, ed esaminando soprattutto il capitolo VIII si è reso conto che esso ha ripreso tutto quello che io ho sostenuto nei miei libri e nelle mie ricerche. E di ciò si rallegrava».

– Nella sua vita invece quali effetti ci sono stati?

«Sono stato in seguito escluso da qualsiasi insegnamento in campo ecclesiale o da qualsiasi riconoscimento, ma devo dire che quello che ho scritto è stato rispettato, se si esclude qualche attacco, presente principalmente in una pubblicazione apparsa presso l’editrice Cantagalli con contributi di cinque car-
dinali (Brandmüller, Burke, Caffarra, De Paolis, Müller; cf. anche in questo numero a p. 629), dal titolo Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica».

Sala

Daniela Sala

Caporedattrice Documenti per “Il Regno”

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