Commento alle letture per la liturgia della I Domenica di Avvento

Is 63,16b-17.19b; 64,2-7; Sal 79 (80); 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Con questa domenica inizia il tempo dell’Avvento, e anche la lettura del Vangelo di Marco che accompagnerà tutto quest’anno liturgico. Un anno che comincia proprio con l’Avvento e terminerà con la festa del Cristo re il prossimo 24 novembre 2024.

L’Avvento non solo segna l’inizio di una «continuità», data appunto dalla ciclicità delle letture evangeliche, ma esprime anche la dimensione fondamentale del credente, che è quella della «veglia». Una veglia non finalizzata a se stessa, ma motivata dall’attesa di un evento di fronte al quale ci si vuole trovare pronti, vigili, preparati. Ecco dunque che è verso questo «ad ventum» che il cammino di fede di un credente ha la sua meta.

Vegliare, allora, significa avere lo sguardo rivolto verso la meta, senza lasciarsi distrarre da altre mete, cercando di avere sempre chiaro davanti a sé, lungo il cammino, quale sia il percorso giusto, quello che non ci fa deviare a destra o a sinistra, che non ci fa cercare altre mete o altri traguardi.

E per comprendere la direzione giusta, tra le difficoltà, gli inganni o le illusioni che in un tale percorso s’incontrano, è importante comprendere che in questo cammino verso l’«ad ventum», se da una parte c’è qualcosa che ancora non è e verso cui si deve tendere – ed è questo il senso della preposizione «ad» –, dall’altra c’è qualcosa che è già avvenuto, che è «ventum».

In questo senso la ricerca del cammino da compiere, la strada da scegliere, così come la speranza e la certezza di giungere fino alla meta, sono ancorate proprio in questo «ventum». Ciò che abbiamo alle spalle è il faro che ci guida verso il futuro, pertanto è importante comprendere questo «passato», proprio perché è da lì che si proietta la luce che illumina il cammino.

In altre parole, il «ventum» è la prima «venuta», l’incarnazione del Figlio di Dio nel Gesù di Nazaret, riconosciuto dai suoi discepoli come il Messia di Israele e delle genti. Egli è il «venuto» e, proprio per questo, è anche il «veniente» (Ap 1,7.8; 4,8 etc.) verso cui andare; è ciò che dobbiamo sempre avere davanti a noi per poter comprendere la giusta via da seguire.

Tutta l’esistenza non solo del credente, ma della Chiesa stessa, intesa come popolo in cammino, ha come paradigma imprescindibile – e allo stesso tempo identitario – la rivelazione messianica di Gesù, poiché da questa trae origine, vita e dinamismo per «vegliare» nel cammino della storia verso la sua ultima e definitiva venuta.

Da qui l’importanza di conoscere sempre di più l’«evento», così come questo è avvenuto: in un determinato contesto storico, politico, religioso e, aggiungerei, anche sociale, non certo per ricreare una tale situazione storica, ma per trarre quel fondamentale paradigma o quei paradigmi necessari perché il cammino dell’oggi ne sia illuminato e vengano garantite, in un altro momento storico e in una realtà diversa, la fedeltà e una sempre autentica risposta a quell’evento.

In questo senso «vegliare» è ritornare sempre alla fonte, agli inizi, per poter riconoscere ciò che è «fondante» distinguendolo da ciò che è corollario, accessorio, «umanamente aggiunto». Solo così è possibile rimanere svegli, non «addormentati» e proseguire il cammino incontro alla definitiva «venuta».

La vigilanza, poi, è un qualcosa che non si può demandare ad altri, che compete a ogni singolo credente: è responsabilità personale. L’invito, infatti, che risuona nel Vangelo è rivolto non solo al «portiere» della casa, ma a ciascun servo, secondo i propri compiti e poteri: «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Tutto questo, infatti, si declina nella singolarità di ognuno, poiché ognuno è chiamato a vivere in prima persona l’«incontro» con il «veniente», un incontro unico, totale e pieno che coinciderà con l’abbraccio definitivo nella pienezza di vita; e per non rischiare di perdersi lungo il cammino, lungo l’attesa è utile fare memoria di quanto Dio stesso dice a Giosuè all’inizio del suo mandato come guida del popolo verso la terra promessa: «Tu dunque sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la Torah che ti ha prescritto Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, e così avrai successo in ogni tua impresa» (Gs 1,7).

Per essere sicuri di non «deviare né a destra né a sinistra» c’è quindi un’unica cosa da fare: seguire quell’unica luce che non verrà mai meno e che ha il potere di risvegliare sempre le nostre coscienze: «Lampadaper i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105).

Ester Abbattista

Biblista

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