Commento alle letture per la liturgia della II Domenica di Avvento

Is 40,1-5.9-11; Sal 84 (85); 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

L’inizio del Vangelo di Marco, che si legge questa domenica, è estremamente denso e allo stesso tempo programmatico: in poche parole è condensato tutto quello che seguirà. Cerchiamo allora di assaporare l’intensità e la profondità di queste prime parole: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio».

Si parla di un «inizio», termine che per delle orecchie «bibliche» risuona come la prima parola di Genesi: «bereshit», cioè «in principio». Il senso allora non è tanto quello di essere inizio di qualcosa, ma quello di essere «il fondamento» dell’azione di Dio, che dalla creazione arriva fino al compimento, alla pienezza di vita. Infatti il testo prosegue con «del vangelo», in greco euangelion, che significa «buona notizia»; cioè il fondamento di questa azione di creazione e di salvezza è una «buona notizia», un «lieto annuncio».

Una cosa interessante è che questo termine «evangelo/vangelo» viene utilizzato da Marco non solo nel senso letterale di «buona notizia», ma anche per indicare una tipologia di scritto, un genere letterario.

Questa «buona notizia», questo «vangelo» – prosegue Marco – è «di Gesù, Cristo, Figlio di Dio». Il dire che il vangelo è «di Gesù» ha un duplice significato: vuol dire sia che la buona notizia è annunciata, realizzata da Gesù, ma anche che questa «buona notizia» è Gesù stesso; e il nome «Gesù», Ioshua, significa letteralmente «Dio salva».

Ecco allora che il fondamento della buona notizia è che «Dio salva» e, allo stesso tempo, che questa buona notizia è data da «Dio salva». Subito dopo il nome «Gesù» segue, infatti, la sua presentazione come Messia, ovvero «unto», in greco christos, e come «figlio di Dio».

Gesù è l’unto, è il messia davidico, la sua persona ha un carattere regale: nella Bibbia, infatti, il re di Israele viene chiamato l’unto di Dio, il «messia del Signore», e l’intronizzazione regale prevedeva l’unzione. Inoltre Marco lo definisce «figlio di Dio», non solo conferendogli un ruolo importante, ma rivelando così il senso profondo della sua unzione, la manifestazione piena della sua figliolanza, della sua conformità alla volontà di Dio, della realizzazione proprio della regalità di Dio, una regalità portatrice di salvezza.

Siamo quindi di fronte alla sintesi della vicenda di Gesù e, allo stesso tempo, di ciò che egli annuncerà, il contenuto del suo messaggio.

E da questo primo e denso messaggio iniziale si passa a presentare la figura di Giovanni Battista: egli è colui che apre la strada, a lui spetta il compito di preparare il terreno attraverso l’invito alla conversione e alla purificazione delle coscienze affinché il popolo sia in grado di riconoscere e accogliere il Messia.

La descrizione che Marco fa di Giovanni è molto simile a quella del profeta Elia: un personaggio austero, essenziale, si potrebbe definire ascetico: si ciba di cavallette e miele selvatico e il suo vestito è fatto di peli di cammello. Il suo ruolo è quello di compiere la profezia di Malachia: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti» (Ml 3,1).

Ed è sempre il profeta Malachia a identificare il messaggero che verrà con Elia: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri» (Ml 3,23-24).

Ma c’è sempre uno scarto tra la profezia e il suo compimento, proprio perché la profezia non è predizione del futuro, descrizione dettagliata di quanto avverrà, ma annuncio e, allo stesso tempo, conferma della fedeltà di Dio verso se stesso e verso il suo progetto di salvezza.

Ed è importante che questo scarto ci sia, perché se da una parte la profezia aiuta a rinvigorire la speranza e a comprendere il senso di quanto accade, dall’altra è anche apertura alla «novità» di Dio, una «novità» che non può essere pre-detta, racchiusa o circoscritta.

Proprio per questo l’«Elia» che deve venire si manifesta in Giovanni e il Messia che si attende non si presenterà trionfale e maestoso, terribile e imponente, ma come «uno fra i molti».

Ester Abbattista

Biblista

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