Commento alle letture per la liturgia della III Domenica di Avvento

Is 61,1-2.10-11; Lc 1,46-50.53-54; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

«Tu chi sei?». Questa è la domanda che alcuni sacerdoti e leviti rivolgono a Giovanni Battista. Il loro problema è quello di poter catalogare quest’uomo, di poter inquadrare il suo operato, di poterlo definire. Non stanno criticando la sua predicazione e nemmeno la pratica del battesimo, ovvero del segno visibile del desiderio di conversione e purificazione dei peccati che Giovanni offre a tutti coloro che si recano da lui. Il problema quindi non è in ciò che fa, o nel perché lo fa, ma è in chi lo fa.

Giovanni infatti nega di essere il Messia (in greco Christos), di essere Elia, il profeta che secondo la tradizione sarebbe ritornato per annunciare l’arrivo del Messia, nega anche di essere «il profeta», figura questa non meglio identificata. E il punto è proprio questo: se Giovanni non corrisponde a nessuna di queste figure, perché battezza?

Giovanni risponde in modo articolato, in due momenti. Non è un profeta, ma la risposta riguardo a se stesso è tratta dalla profezia, dato che cita il profeta Isaia: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».

La seconda risposta non riguarda tanto il battesimo che sta operando, quanto il fatto che colui che costoro cercano è già in mezzo a loro: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». E in questa risposta l’unica informazione che viene fornita è quella dell’inferiorità di Giovanni rispetto a questo «sconosciuto». 

C’è però un dettaglio di questa scena che può farci riflettere e che è dato dal «luogo»: Betània. Questa Betània, da non confondere con l’altra, a noi più nota, dove abitavano Lazzaro, Marta e Maria, è situata sulla riva orientale del Giordano, vicino al Mar Morto. Nel 1996 vi furono scoperte, oltre a dei resti del I secolo, due chiese del V secolo: una dedicata a Elia e l’altra a Giovanni il Battista.

Ecco quindi un primo legame: Giovanni battezzava nello stesso luogo dove Elia era salito al cielo (2Re 2) e dove, secondo la tradizione rabbinica, già viva all’epoca di Gesù, se ne attendeva il ritorno. È comprensibile, dunque, che gli venga chiesto «Sei tu Elia?», ma la risposta è negativa.

Allora, «Sei tu il profeta?». Attenzione, il testo non dice «un» profeta, ma «il» profeta: di chi si sta parlando? Da Betània, se si alza lo sguardo verso est si vede nitidamente il monte Nebo, dove Mosè è morto. E nel Deuteronomio proprio Mosè, congedandosi, affida al popolo questa promessa: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto» (Dt 18,15). Ma Giovanni dice di non essere nemmeno il profeta annunciato da Mosè.

Giovanni è semplicemente «una voce» che invita a «rendere dritta la via del Signore», cioè ad aprire il cuore e la mente per riconoscere e accogliere «Colui che viene».

Rimane però il problema: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». In realtà il Battista non risponde direttamente a questa domanda, cioè non dice perché lo fa, ma rimanda a una presenza che è già in mezzo a loro: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me». In un certo senso ci deve essere un «prima» perché possa esserci anche un «dopo» e soprattutto perché quel «dopo» possa essere «ri-conosciuto».

Giovanni prepara la strada, invita alla conversione, offre la possibilità di esprimere il desiderio di essere rinnovati, purificati a partire dalla confessione dei propri errori, e tutto questo è l’unico modo possibile per aprirsi alla «novità» di ciò che non si conosce, per scoprire che tale novità è già «in mezzo» a noi.

È un messaggio forte, questo, e per niente scontato: per conoscere il «nuovo» di Dio bisogna essere disposti a mettersi in discussione, a scrollarsi di dosso le incrostazioni di tutto ciò che pian piano sono diventati schemi mentali, paradigmi imprescindibili, definizioni statutarie, auto-giustificazioni di un modus agendi. E a suggerire tutto questo è un «qualcuno» che semplicemente «non è», non è Elia, non è il profeta, non è il Messia, e che soprattutto ha ben chiara una cosa: «A lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 

Giovanni non ha nessun potere, nessun ruolo, nemmeno quello di un «servo» a cui spetta sciogliere il laccio dei sandali del suo padrone. Forse è proprio per questo che il Signore lo ha reso capace di essere quella «voce che grida nel deserto».

Ester Abbattista

Biblista

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