«I CARE» era il motto che don Milani aveva scelto per la sua scuola a Barbiana. E io ho a cuore, mi interessa il dolore di coloro che sono sopravvissuti all’esperienza di un abuso e di coloro che non ce l’hanno fatta (vedi, qui su Re-blog, Lettera a te, popolo vittima di abuso nella Chiesa).

Nella mia personale ricerca di cosa le realtà ecclesiali stiano facendo per contrastare il dramma dell’abuso, è risultato interessante il documento della Conferenza episcopale italiana (CEI) in cui sono tracciate le «Indicazioni alle diocesi per la costituzione dei Servizi regionali/interdiocesani per la tutela dei minori (SRTN/SITM) e degli adulti vulnerabili». 

Tali Servizi presentano due aspetti positivi. Il primo riguarda il coinvolgimento di più professionalità che lavorino in équipe, perché ciò permette di offrire una pluralità di sguardi utili a riflettere sulla complessità della realtà dell’abuso e ad affrontarla meglio. Il secondo è l’attenzione a incentivare in modo capillare iniziative di formazione sulla tutela dei minori e sulla prevenzione degli abusi, affinché le comunità ecclesiali siano sensibilizzate e accompagnate a confrontarsi con questo problema.

 

Il Servizio tutela minori e il vescovo

Tuttavia, proseguendo nella lettura del testo, evidenzio, secondo la mia percezione, modalità di procedere notevolmente autoreferenziali che potrebbero compromettere gli obiettivi del Servizio stesso: 

«Il SRTM/SITM fa riferimento al vescovo che la Conferenza episcopale regionale ha scelto quale referente per la tutela dei minori. Allo stesso vescovo compete promuovere la costituzione del SRTM/SITM, oltre che la formazione e l’aggiornamento dei membri. La Conferenza episcopale regionale nomina il coordinatore del Servizio; a loro volta, i vescovi che costituiscono il Servizio interdiocesano ne nominano il coordinatore. Alle stesse autorità compete approvare i regolamenti dei Servizi, secondo le indicazioni del Servizio nazionale (…) 

Compete al SRTM/SITM, se richiesto dal vescovo diocesano o dal superiore maggiore competente, accogliere e trattare secondo i protocolli stabiliti dal SNTM le segnalazioni di abusi sessuali in ambito ecclesiale (…). 

In ogni diocesi il vescovo nomini un referente diocesano per la tutela minori, esperto in questo campo e di provata disponibilità al servizio ecclesiale. Egli potrà essere aiutato da una équipe di esperti, laici o chierici, approvati dal vescovo (…)». 

 

Se l’otre è quello vecchio

Da osservatrice esterna, mi rendo conto che la modalità con cui sono stati organizzati questi servizi potrebbe generare dei cortocircuiti. 

Le testimonianze di molte vittime di abuso nella Chiesa ci hanno dolorosamente rivelato comportamenti endemici, intessuti di connivenza, con il verificarsi di costanti azioni di insabbiamento da parte di vescovi, sacerdoti e altri membri della comunità ecclesiale.

Il modo di strutturare il Servizio richiama alla mente l’immagine del vino nuovo in otri vecchi. Il buon vino nuovo, ovvero l’intenzione di avviare un processo credibile di conversione e guarigione da parte della Chiesa, mettendo al centro il sopravvissuto, la vittima di abuso, rischia di spaccare l’otre vecchio e disperdersi.

 

Drammi che sono strutturali e sistemici

Se infatti riconosciamo che alla radice dell’abuso sessuale c’è un problema di abuso di potere e di coscienza, se constatiamo il carattere strutturale e sistemico e non solo occasionale e individuale di tale dramma, come possiamo pensare di avviare processi di conversione ecclesiologica accentrandone il controllo nelle mani dei responsabili della medesima struttura – di rapporti e di potere – in cui maturano le condizioni dell’abuso? E se il responsabile stesso del processo – il vescovo – fosse in qualche modo coinvolto (sia personalmente e sia per legami vari) nella dinamica degli abusi denunciati al SRTM/SITM? 

È plausibile che il vescovo intenda scegliere e circondarsi di persone a lui fedeli, o da lui ritenute «di provata disponibilità al servizio ecclesiale», come precisato nel testo in questione.

 

Ma chi è il laico impegnato?

Di quale criterio, tuttavia, si servirà per selezionare le persone che dovranno supportare il suo operato? Quale visione di Chiesa, di autorità, di laicato, di collaborazione, di gestione del conflitto animerà la sua prassi? Scriveva papa Francesco al cardinale Marc Ouellet, allora presidente della Pontificia commissione per l’America Latina, il 19.3.2016: «Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi (…). Senza rendercene conto, abbiamo generato un’élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la sua fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato di dominare spazi che di generare processi».

 

Gli ostacoli al dissenso

Si potrebbero, inoltre, creare rapporti di soggezione, di dipendenza e di asimmetria tossica, alimentati dall’immaginario e dalle abitudini culturali che nutrono la dimensione del sacro e la mentalità religiosa dei fedeli. Chi è stato incaricato dal vescovo di svolgere un ruolo tanto delicato all’interno della sua diocesi, verosimilmente potrebbe non sentirsi libero di esprimere il proprio dissenso nei confronti di chi ha riposto in lui tanta fiducia. I sacerdoti incaricati di coordinare i Servizi come referenti diocesani (dal Rapporto sugli abusi 2023 risultano essere la maggioranza) sono inoltre sottoposti al vincolo di obbedienza al loro vescovo. Questo può essere un ostacolo al dissenso? 

 

Quel che il papa chiama clericalismo

L’otre vecchio, ossia il clericalismo, la mondanità spirituale, l’elitismo, sono, diceva il papa ai sacerdoti di Roma (5.8.2023), una «tentazione gentile e per questo ancora più insidiosa. Si insinua infatti sapendosi nascondere dietro buone apparenze, addirittura dentro buone motivazioni religiose. E anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo… il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli».

Anche per questo l’abuso di potere, di coscienza e sessuale sono un dramma tanto difficile da ascoltare, riconoscere e accompagnare. Esso infatti può generare nelle persone – vittime, abusatori, membri della comunità ecclesiale – meccanismi di rimozione e negazione («non esiste», «non vedo», «non prendo coscienza del problema») e di incredulità («non può essere possibile», «chi accusa si sbaglia», «si tratta soltanto di…», «non è possibile che proprio lui, così buono, così stimato, così caritatevole, abbia potuto fare cose così cattive…»). 

 

Manipolazioni

Sia chi abusa, sia chi è connivente, finisce per entrare in una spirale di autogiustificazioni, ambivalenze e menzogne tese a manipolare in modo raffinato l’ambiente in cui si vive e si opera, con lo scopo di coprire se stessi. Tali persone potrebbero dunque interferire con il lavoro del SRTM/SITM attraverso alcune azioni di manipolazione: il ricatto, mascherato da raccomandazioni o suggerimenti; l’isolamento di chi sta mettendo in discussione il modo di procedere dei responsabili; la sistematica bocciatura di proposte di intervento; la procrastinazione di una decisione; l’orientamento della riflessione su alcune questioni escludendone altre; la mistificazione della realtà di quanto accaduto; l’uso dell’informazione dei media per accreditare se stessi o chi si sta proteggendo.

 

Per passare dall’omissione alla solidarietà

Papa Francesco, nella «Lettera al popolo di Dio» (20.8.2018), ha chiesto di dare vita a una «cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi (…). Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità (…). Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura (…). Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità».

 

Un approccio insufficiente

Quando una famiglia vive una realtà problematica (come il disagio di un figlio, una crisi nella relazione di coppia, tra genitori e figli…), può rivolgersi a un professionista nelle relazione di aiuto, che riesce – in virtù della sua posizione esterna – a leggere le dinamiche disfunzionali che generano sofferenza all’interno del sistema, e avviare così un processo di consapevolezza e cambiamento. A sua volta, il professionista ha l’obbligo di far supervisionare il suo lavoro, in quanto sa che possono crearsi, dentro se stesso e con il suo cliente/paziente, zone d’ombra (come proiezioni, negazioni, problematiche personali non risolte…) che comprometterebbero il processo di cura. 

Alla luce di queste considerazioni, pensare di risolvere una questione così grave come quella degli abusi, senza lasciarsi coraggiosamente aiutare anche da un servizio di ascolto, di accompagnamento delle vittime di abuso indipendente dalla struttura gerarchica, che verifichi e chieda trasparenza riguardo ai passi successivi alle segnalazioni, mi sembra un approccio semplicistico. Forse si tratta solamente di ingenuità. Forse sono scelte dettate da un atteggiamento superficialmente ottimista. Oppure, sono l’espressione di un modo di perpetuare una posizione di controllo persino di tale catastrofe, e rimanere chiusi nella stessa cultura che l’ha agevolata. 

 

Ogni riforma comincia da se stessi

«Sono d’accordo con te – così si rivolgeva Francesco al card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, il 10.6.2021 – nel definire catastrofe la triste storia degli abusi sessuali e il modo di affrontarla che ha adottato la Chiesa fino a poco tempo fa. Rendersi conto di questa ipocrisia nel modo di vivere la fede è una grazia, è un primo passo che dobbiamo compiere. Dobbiamo farci carico della storia, sia personalmente sia comunitariamente. Non si può rimanere indifferenti dinanzi a questo crimine. Accettarlo presuppone entrare in crisi (…). Ci viene chiesta una riforma, che – in questo caso – non consiste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà qualunque sia la conseguenza. E ogni riforma comincia da se stessi. La riforma nella Chiesa l’hanno fatta uomini e donne che non hanno avuto paura di entrare in crisi e lasciarsi riformare dal Signore. È l’unico cammino, altrimenti non saremo altro che “ideologi di riforme” che non mettono in gioco la propria carne (…). È urgente “esaminare” questa realtà degli abusi e di come ha proceduto la Chiesa, e lasciare che lo Spirito ci conduca al deserto della desolazione, alla croce e alla risurrezione».

Luisa Dileo

insegnante e consulente familiare

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