Commento alle letture per la liturgia della IIII Domenica di Avvento

2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Sal 88 (89); Rm 16,25-27; Lc 1,26-38

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Il racconto dell’annuncio della nascita di Gesù a Maria è forse uno dei più conosciuti, anche perché è stato oggetto di numerosi dipinti attraverso i secoli: molti grandi pittori hanno infatti voluto descrivere questa scena, ponendo la loro firma su opere d’arte di grande valore. E, con queste rappresentazioni ben presenti nella nostra mente, il tutto ha assunto un che di straordinario, di sorprendente e, è il caso di dirlo, di sovrannaturale. Ma era proprio questo ciò che Luca voleva suscitare nei lettori del suo Vangelo? 

La scena si apre con la missione che l’angelo Gabriele (letteralmente «potenza/forza di Dio») riceve di recarsi in un villaggio della Galilea di nome Nazaret. Un villaggio come tanti, in cui abita una giovane come tante, che sta per sposarsi con un discendente della casa davidica. Ed è forse questo il primo dettaglio importante: l’appartenenza dello sposo alla famiglia di Davide implica che anche i figli derivanti da questa futura unione siano discendenti di Davide, ovvero potenziali «messia» secondo una delle caratteristiche dell’attesa messianica di quel tempo. 

Segue quindi l’incontro tra l’angelo e Maria. In realtà Luca non ci dice se Maria riconosce in chi le sta davanti l’essere angelico o meno; il lettore ne è stato precedentemente informato, ma di fatto Maria no. È comunque evidente che le parole di questo visitatore la lasciano a dir poco perplessa: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».

Dire «il Signore sia con te» non è così inconsueto, faceva parte del saluto e anche dell’esperienza di fede del popolo ebraico; meno scontato è invece questo invito a rallegrarsi dovuto a un’azione di grazia che investe Maria e la trasforma. L’espressione verbale «piena di grazia» (in greco kecharitomene) è un participio perfetto medio passivo del verbo karitoo, il cui significato è «trovare grazia, concedere qualcosa di gratuito, essere favorevole»; e la forma al perfetto indica il risultato di tale azione.

Quindi ciò che Maria si sente dire è l’invito a gioire perché è stata trasformata dalla grazia, dal favore di colui che è con lei. È chiaro allora quanto segue: «A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo»; chi infatti non rimarrebbe turbato e disorientato sentendosi rivolgere tali parole? 

Non si fa attendere la rassicurazione da parte dell’interlocutore che, come già detto, il lettore sa essere un angelo, ma non è detto, almeno apertamente, che lo sappia anche Maria. E tale rassicurazione inizia con una frase caratteristica nella Bibbia, che compare ogni qualvolta una persona sta ricevendo un incarico da parte di Dio: «Non temere».

C’è poi l’annuncio della nascita di un bambino, che ha tutte le caratteristiche messianiche secondo una delle attese del tempo: sarà di stirpe davidica, «figlio dell’Altissimo», il suo regno non conoscerà fine e, non ultimo, il suo nome sarà Ioshua, che significa «Dio salva».

A questo punto è interessante la reazione di Maria, la quale sembra non scomporsi per nulla: un tale annuncio corrisponde alla figura del Messia atteso e lei sta per sposare un uomo della casa di Davide; c’è solo un piccolo particolare che non torna: i due non sono ancora sposati e quindi la loro unione non si è ancora «consumata».

La risposta dell’angelo è immediata e anche articolata: lo Spirito Santo e l’ombra dell’Altissimo la avvolgeranno, in questo concepimento tutta la shekinah, la presenza del Signore è coinvolta. Si annuncia la nascita del futuro re, come recita il Salmo 2,7 (certamente ben conosciuto da Maria): «Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”». Viene poi ricordato a Maria come nella storia biblica Dio sia stato capace di rendere fecondo il grembo di donne sterili, per cui a lui «nulla è impossibile».

Certo, anche se tutto torna e suona familiare alle orecchie di Maria, rimane però l’immediatezza dell’annuncio, la particolarità del momento e della scelta che cade su di lei. Non ci si dovrebbe quindi stupire se Maria, come prima di lei Mosè e altri profeti, abbia potuto sollevare qualche obiezione, esprimere le proprie perplessità e soprattutto il proprio sentimento di inadeguatezza.

Ma non si deve dimenticare l’inizio della scena e il saluto che le è stato rivolto: «piena di grazia». Ed è proprio questo essere stata trasformata nella grazia che la rende capace, in tutta libertà, di pronunciare un così immediato e totale fiat voluntas tua: «Avvenga per me secondo la tua parola». Come dirà, qualche secolo dopo, sant’Agostino: Maria ha concepito «Cristo prima nel cuore che nel grembo».

Se da una parte la conoscenza e la frequentazione delle narrazioni bibliche, che una giovane del tempo poteva ben conoscere, hanno permesso a Maria di riconoscere nelle parole dell’angelo l’operato di Dio, la straordinarietà di questa giovane donna è stata quella di «riconoscersi» in questa storia e di aderirvi con tutta la sua mente, il suo cuore, la sua vita, e in questo senso si potrebbe dire che la fede non consiste solo in conoscenze «biblico-teologali» ma nella «follia» di credere all’«impossibile di Dio».

Buon Natale a tutti!

Ester Abbattista

Biblista

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