Raffaele Nogaro, udinese di nascita, vescovo di Sessa Aurunca e poi, per un ventennio, di Caserta, è un protagonista della vita della Chiesa italiana a cavallo tra il Novecento e il Duemila. Quando, il 2 giugno 2001, gli viene assegnato il premio «Campania», la Fondazione Migrantes della CEI lo descrive «da sempre impegnato a favore dei poveri, degli operai, degli immigrati». 

Oggi che compie novant’anni, gli facciamo gli auguri riprendendo qui alcuni stralci di due suoi interventi custoditi nell’archivio de «Il Regno» (dove sono consultabili integralmente).

Il primo è un’intervista data a Gianfranco Brunelli nel 1993, nel contesto politico del «passaggio di sistema» avviatosi nel nostro paese in seguito agli avvenimenti internazionali del 1989 e alla successiva «questione legale» aperta dalle inchieste della magistratura.

 

Nella profondità della coscienza

Rispondendo a una domanda sulla «dissociazione avvenuta tra politica, società e sistemi di valori fondanti», alla palese scomparsa della «vigilanza della coscienza» e della «responsabilità civile» e al ritardo fallimentare accusato dalla «cultura cattolica» ha mostrato ritardo, mons. Nogaro affermava: «Di fatto è mancata un’analisi autentica, non si è preso coscienza della gravità del fenomeno. La Chiesa stessa ha privilegiato oltremisura aspetti della pastorale legati alla cultura dell’efficientismo e del “fare”, a discapito di un più urgente processo di interiorizzazione dei valori, della cura e della formazione delle coscienze. Evangelizzare le coscienze. Su questo si doveva insistere di più. Il messaggio che noi vescovi abbiamo comunicato è forse risultato spesso sbiadito, là dove l’identità del messaggio cristiano, rivolgendosi alla profondità della coscienza, vincola interiormente il comportamento personale alla volontà del Padre. L’annuncio è incontro e presenza di Dio, prima che convenienza politica e presenza sociale. Oggi siamo in condizione precaria. Anche questo dice l’appello del papa alla nuova evangelizzazione». 

 

Nessuna scelta politica di parte

E a proposito del pluralismo politico dei cattolici, tema molto dibattuto in quel momento storico in cui si esauriva l’esperienza della Democrazia cristiana, diceva: «La Chiesa non può separarsi dalla società e dalla vita comune, cosa che accadrebbe se facesse una scelta di parte (…) Nessun partito, altresì, può avere la pretesa di esaurire l’esperienza ecclesiale e di chiudere il cerchio sui valori cristiani. L’eventuale predilezione della Chiesa per un partito politico ingenera nei credenti l’abitudine a considerare la religione in termini ideologici e opportunistici. Si svilupperebbe il costume di salvaguardare i valori religiosi mediante transazioni con il potere costituito, di usare la norma giuridica per sostenere ciò che vacilla nella coscienza, di adottare lo spirito di difesa, piuttosto che lo spirito di novità, la reazione più che la missione, l’ossequio formale e non le spinte della libertà interiore».

 

Resurrezione dalla camorra

Un anno dopo questa intervista, mons. Nogaro pubblicò su «Il Regno» una testimonianza su don Giuseppe Diana, parroco della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, assassinato per ordine della camorra la mattina del 19 marzo 1994, alle 7.25, nel corridoio che dalla sacrestia porta alla chiesa, mentre si accingeva a celebrare messa. «Un’espressione palpitante di santa Caterina da Siena – si legge in apertura del testo – sostiene che i sacerdoti sono “ministri del Sangue”. E don Peppino Diana era sacerdote genuino. La semplicità della sua vita si stendeva su tutti gli amici, come le lenzuola bianche che, nel giorno del suo funerale, scendevano dai balconi del paese natale a commemorare il suo martirio. Rimase libero come l’onnipotenza dell’amore. Così ha sparso il suo sangue, giovane e impaziente come il Cristo, perché “non c’è redenzione senza spargimento di sangue”. Ed è divenuto il simbolo della risurrezione delle nostre terre». 

 

I bastioni della resistenza civile

Più avanti nel testo spiegava così l’«imprenditoria morale» messa in atto da don Diana per contrastare le cosche camorristiche: «Specificatamente la chiesa ha un ruolo insostituibile nella produzione delle comunità. Il suo magistero e il suo ministero impediscono il letargo delle coscienze e rendono attivo il senso di responsabilità di ognuno. Essa supera la cura di un personalismo individualistico per far crescere un personalismo “cellulare”. Una visione della persona-cellula, piuttosto che quella classica della persona-individuo, porterà la grande società a sentirsi organismo vivo e funzionale, in cui ognuno collabora al benessere dell’altro e degli altri. La Chiesa si impegna a costruire i bastioni della resistenza civile contro tutte le spinte di deformazione della collettività. La camorra infatti non si vince finché non si dà al popolo lo spirito nuovo della resistenza al male».

Mocellin

Guido Mocellin

Giornalista

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