Commento alle letture per la liturgia della III Domenica del tempo ordinario

Gn 3,1-5.10; Sal 24 (25); 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

La notizia dell’arresto di Giovanni spinge Gesù a uscire, per così dire, allo scoperto. Che cosa abbia fatto nel tempo intercorso tra l’episodio del battesimo e delle tentazioni e la notizia dell’arresto di Giovanni non ci viene detto, probabilmente ha condotto una vita del tutto «anonima» nel villaggio di Nazaret.

Ma non è difficile pensare che tale anonimato sia stato «condito» da un’assidua frequentazione delle Scritture di Israele, dallo studio e dalla comprensione dei testi, che attraverso l’esperienza del suo popolo esprimono il volto di Dio padre, il suo modo di farsi presente nella storia e nelle vicende umane, la sua costante fedeltà al suo progetto di salvezza.

Proprio tutto questo, una volta che Giovanni ha compiuto il suo percorso – ed era facile immaginare che da quella prigione non sarebbe più uscito –, spinge Gesù a intraprendere il suo cammino, la sua missione. Mi colpisce sempre il modo con cui muove i primi passi: al contrario dei maestri del suo tempo, non cerca dapprima un luogo dove fondare la sua scuola, dove impartire il suo insegnamento; cerca, invece, dei compagni di viaggio, altre persone che possano stare con lui, condividere con lui il suo cammino, la missione che è chiamato a compiere. 

Partito da Nazaret, quindi, fa tappa sul lago di Galilea e sulla riva si imbatte in alcuni pescatori intenti nel loro lavoro. Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni facevano parte, molto probabilmente, di un’azienda ittica a dimensione familiare. Che cosa Gesù abbia visto in loro e che cosa loro abbiano visto in lui non viene detto, ma la subitaneità con cui lasciano le reti, l’azienda e persino, nel caso di Giacomo e Giovanni, il loro padre è sorprendente. In pochissimo tempo la tranquillità economica e sociale di una famiglia – dato che anche la madre di Giacomo e Giovanni lascerà il marito per seguire questo rabbi itinerante – viene a dir poco sconvolta; e questo è solo l’inizio.

Se poi ci fermiamo a riflettere sulle parole dell’invito che Gesù rivolge loro, allora il «mistero» si fa più fitto: che cosa significa «vi farò pescatori di uomini»? Sicuramente un’espressione che deve essere suonata a dir poco enigmatica ai loro orecchi, ma allo stesso tempo carica di una progettualità tale da dare loro la forza – e forse anche l’incoscienza – di lasciare tutto e andare. 

Tutto questo, però, non accade «a ciel sereno», nel senso che proprio questa «subitaneità» testimonia un’attesa, un’aspettativa, una speranza. La predicazione di Giovanni non era passata inascoltata, l’attesa di un messia liberatore si palpava nell’aria e, forse come una scintilla, proprio quell’annuncio – «il tempo è compiuto» – è ciò che quei pescatori stavano aspettando, «convertitevi e credete nel Vangelo» è ciò che desideravano ardentemente sentire.

Non si tratta di un semplice desiderio di cambiare vita, di rompere la monotonia del quotidiano, e neanche di uno spirito di avventura; ciò che vi è dietro a tale risposta è il desiderio di salvezza, il bisogno profondo di trovare un senso alla propria vita, alla realtà che li circonda – per molti versi non migliore di quella odierna – di aprire lo sguardo a un orizzonte più ampio e luminoso.

È vero anche che la loro comprensione di quell’annuncio e le loro aspettative saranno pian piano stravolte durante quei tre anni che trascorreranno alla sequela di quel Maestro itinerante. Si sentiranno delusi, confusi, a volte le parole di Gesù risulteranno «dure» alle loro orecchie, e alcuni di loro abbandoneranno il cammino – «molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,66) –, ma per loro rimarranno sempre e comunque parole di vita: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,69).

La fine di questa storia, a livello umano, la conosciamo tutti: il loro Maestro morirà innalzato su di una croce, nel modo più infamante e tragico allo stesso tempo. Atterriti e impauriti ritorneranno sulle rive del lago e ricominceranno a pescare: «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca». Ma sembra che neanche questo riuscirà loro bene: «Quella notte non presero nulla» (Gv 21,3).

Tuttavia questa storia non finisce qui. Ciò che speravano, ciò che attendevano, all’inizio forse in modo confuso o incosciente, si realizzerà nelle loro vite in pienezza. La bellezza di quello sguardo che li aveva colpiti e rapiti quel giorno sulle rive di quel lago, si manifesterà in tutto il suo splendore, ne saranno avvolti e trasfigurati, perché quella «bellezza» è il Salvatore del mondo.

Ester Abbattista

Biblista

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