Commento alle letture per la liturgia della IV Domenica del tempo ordinario

Dt 18,15-20; Sal 94 (95); 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

In questa domenica troviamo Gesù alle prese con uno «spirito impuro». È difficile per il nostro mondo capire di che cosa si tratti, o meglio, che cosa si intenda con questa espressione. 

Gesù è, come ogni giudeo del tempo, in sinagoga nel giorno di sabato, un giorno particolare, diverso dagli altri giorni della settimana. Un giorno interamente dedicato al Signore, alla relazione con lui e alla relazione con gli altri e con la creazione. Il sabato è il giorno che dà fondamento e senso al resto degli altri giorni, allo scorrere del tempo, all’esistenza intera. 

La sinagoga era già in quel tempo il luogo privilegiato per vivere l’«incontro» sia con la Parola che con i fratelli. Il termine stesso, sinagoga, derivante dal greco syn-ago, raduno insieme, indica che il luogo era destinato fondamentalmente alla possibilità di radunarsi insieme, non solo per la preghiera, ma anche per lo studio della Torah, la discussione e l’approfondimento delle Scritture e per acquisire, attraverso tutto questo, una maggiore comprensione della realtà e dell’azione di Dio nel proprio mondo.

Da quanto ci viene detto nel Vangelo, Gesù non è alle prime armi; il fatto che prenda la parola e insegni con autorità dimostra che aveva un’ottima istruzione religiosa e anche una grande capacità di penetrare nello spirito delle Scritture, di comunicare la vita che vi è in esse. 

Comprensibile anche ai nostri giorni, a questo proposito, è la battuta che Marco fa tra le righe riferendosi agli scribi: «Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi». Gli scribi infatti erano persone dedite allo studio e all’insegnamento delle Scritture, ma evidentemente svolgevano questo ruolo – alcuni di loro, non certamente tutti – in modo distaccato, superficiale e privo di vita, quasi come se fosse un mestiere come un altro. Non è difficile anche per noi intravvedere in queste figure alcuni predicatori il cui effetto è «mortale», proprio perché anziché comunicare vita e interesse per la Parola, allontanano sempre di più i loro uditori; e la conseguenza la vediamo negli spazi sempre più vuoti delle nostre chiese.

Gesù dunque prende la parola, il suo insegnamento coinvolge gli uditori, attrae e soprattutto comunica vita. E se questo ha un risultato positivo su molti dei presenti, riceve invece una reazione di rifiuto e, si potrebbe dire, di protesta da parte di un uomo «posseduto da uno spirito impuro», che incomincia a gridare: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».

La cosa interessante è che questo «spirito impuro» riconosce l’autorità di Gesù, ovvero riconosce la vitalità che le sue parole trasmettono e, proprio per questo, ne avverte la minaccia, la rovina: chi genera morte non può accettare o sopportare tutto ciò che comunica vita. Ma che cosa è più forte, la vita o la morte? «E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”».

Con questa risposta Gesù opera una distinzione importante, separando l’individuo da ciò che lo attanaglia, dal male mortale che lo imprigiona; un male che non può essere più forte del desiderio di vita e di pienezza che è insito in ogni persona umana, quale che sia la sua storia o la sua realtà.

Dall’altra parte c’è da notare che nessuno dei presenti è scandalizzato dal fatto che in mezzo a loro ci sia qualcuno impossessato da uno «spirito impuro», perché questo fa parte della realtà umana. Ci sono ancora oggi, come ieri e forse, purtroppo, anche domani, persone in cui questo «spirito impuro» sembra prevalere, avere la meglio. Persone animate da un desiderio di morte, di distruzione, di odio verso chi è considerato «altro», un diverso, un estraneo.

Credere nella forza vitale della Parola è allora l’invito ad adoperarsi perché questo «spirito impuro» venga cacciato, «rovinato» anche oggi; è promuovere la liberazione di coloro che sono vittime, imprigionate in questa spirale di odio e di violenza che non solo distrugge l’«altro», ma provoca l’autodistruzione di sé. 

Un ultimo particolare tutt’altro che irrilevante: lo «spirito impuro» definisce Gesù «il santo di Dio». In questa espressione riecheggia il testo del Levitico: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2). Gesù è partecipe della stessa santità di Dio, in lui non c’è ombra di morte, ma solo pienezza di vita, ed è proprio questo ciò che lo «spirito impuro» rileva: quell’invalicabile abisso che relega ogni desiderio e volontà di morte lontano da Dio. E lo «spirito impuro» sa già che di fronte a questo non c’è possibilità di riuscita, di vittoria: la santità di Dio, la pienezza di vita prevarrà sempre.

Ester Abbattista

Biblista

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