Tra le manifestazioni svoltesi in Italia lo scorso 27 gennaio, «Giorno della memoria» in «ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» (così la legge 20 luglio 2000 n. 211, che lo istituì nel nostro paese), ha avuto grande risonanza il conferimento della laurea honoris causa in Scienze storiche, da parte dell’Università statale di Milano, a Liliana Segre, che arrivando all’ateneo ha detto: «Io non sono adatta a parlare del 27 gennaio perché chi ha passato quello che ho passato io non aspetta quella data per ricordarsi di una vita fa. Questa è la verità. 365 giorni all’anno, non il 27 gennaio».
Sul canale YouTube dell’Università è possibile rivedere la cerimonia e soprattutto (dal minuto 46) ascoltare le parole pronunciate dalla senatrice a vita in dialogo con Enrico Mentana, mentre sul Corriere della sera si può anche leggere integralmente il testo della laudatio pronunciata dal prof. Marco Cuzzi, docente di Storia contemporanea.
Dentro di me grido: «perché?»
La gran parte dei quotidiani italiani ha riportato alcuni passaggi del discorso di Liliana Segre. Qui abbiamo scelto i virgolettati pubblicati da Il Giorno: «Al di fuori di queste mura mi è difficile far parte degli ottimisti. C’è qualcosa di già sentito, di già sofferto. Ho amiche che in questo periodo di forte recrudescenza dell’antisemitismo mi dicono: stai a casa, non farti vedere. No. No. Non posso rivivere quei tempi in cui lo sfondo è una sala da pranzo piccolo borghese in cui io bambina sentivo dire meglio non uscire, non farsi vedere, non farti notare. Perché? Sono io che lo grido. Ma siccome io non grido. Sono donna di pace. E sono vecchia. Ma lo urlo dentro di me quel perché».
«Io ho chiesto di scrivere sul Memoriale della Shoah la parola indifferenza, mi sono battuta per questo. E so che è una delle cose che turba di più le scuole. Ma era necessario. Il 40% degli italiani adesso non vota. Perché così tante persone delega al gruppo che vota la loro democrazia? Non si chiude un ciclo se c’è l’indifferenza».
Il 7 ottobre, i bambini
«Quello che è successo il 7 ottobre mi ha messo in una condizione che non avevo vissuto prima. Sono stata così fortunata di diventare mamma ed esaltata dal fatto di diventare nonna. Mi fermo per la strada quando incontro i bambini in carrozzina. Mi piacciono da matti. E nella spirale dell’odio più crudele, delle cose più spaventose dal 7 di ottobre in poi, ci sono i bambini. I bambini sono il frutto dell’amore, sono il futuro. E il fatto che questi bambini vengano uccisi per l’odio degli adulti che non si ferma mai mi ha dato una forma di disperazione serale. Mi trovo da sola ad affrontare la notte, che da anziana e sempre più preoccupante. E non c’è notte dal 7 di ottobre in poi che non mi tenga sveglia a pensare a quello che succede. Sono una donna di pace. Ho sempre detestato l’odio tra le parti, la vendetta che non concepisco. È la notte dei tempi, la notte dell’indifferenza, legata al buio delle menti».
Dopo, nessuno chiese scusa
«Io mi ricordo tutto di quegli anni, di quei tempi, i colori, le facce. E mi ricordo quando siamo usciti da San Vittore, caricati su quei camion che attraversavano la città… siamo passati da via Carducci e ho visto la mia casa, all’angolo. La mia casa era un mondo: non l’ho rivista mai più».
«Nessuno ci chiese scusa dopo. Tutti i fascisti dopo la guerra sono diventati antifascisti. Anche i vicini di casa che avevo visto sfilare con le divise. Nessuno è andato ad autoaccusarsi, nessuno ha detto d’avere sbagliato. I carnefici non hanno fatto mai un mea culpa. Non ho incontrato nella mia lunga vita uno che mi abbia detto: io ero tra quelli che ti spingeva sul vagone. Tutta questa gente mandata a morte io l’ho vista. Non sapevano sarebbero andati a morire. Si tenevano per mano impaurite. Anche quando sentivo il processo a Eichmann non ho visto un atto di pentimento».
Non ho mai detto tutto, mancano le parole
«Il signore che è andato a sfregiare una lapide sul mio sentiero qualche giorno fa è interessantissimo. Perché ha usato 5 minuti di una preziosa vita che non è eterna per fare un segnaccio sul mio nome? Perché non viene studiato? Come quelli che mi mandano le maledizioni. Perché? Io vorrei incontrare questi personaggi, per chiedere: perché?».
«Anche quando per 30 anni sono andata nelle scuole, nelle parrocchie, io so che non ho mai detto tutto. Perché non si può. Non c’è vocabolario in cui ci siano le parole per dire fino in fondo tutta la verità. Ho letto Primo Levi, ho seguito tanti che hanno scritto molto bene dei lager, ma per quella che è l’essenza più profonda degli assassini le parole non ci sono per dire quello che succedeva nei lager in ogni secondo».
Guido Mocellin
Giornalista
