Commento alle letture per la liturgia della V Domenica del tempo ordinario

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146 (147); 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

In questo brano del Vangelo Marco descrive una giornata «tipo» di Gesù durante il suo ministero messianico in Galilea. La sua base è la casa di Pietro a Cafarnao, dove probabilmente l’apostolo viveva insieme alla moglie, al fratello Andrea e alla suocera. È evidente che si trattava di una casa grande, in grado di ospitare una famiglia già numerosa (non sappiamo se anche Andrea fosse sposato o meno) e in più anche Gesù. Non si sa se anche Giacomo e Giovanni pernottassero lì o se la loro casa fosse nelle vicinanze, dato che – come ci informa Luca – «erano soci di Simone», e quindi non dovevano abitare molto distante dalla sua casa.

La giornata, o meglio la settimana, inizia dopo lo shabbat: Gesù, insieme ai suoi, è di ritorno dalla preghiera in sinagoga, ed è solo dopo il tramonto del sole, ovvero alla fine dello shabbat, che le persone si raccolgono davanti alla porta di casa per chiedere a Gesù di «guarire i malati e scacciare i demoni».

Prima dell’alba, poi, Gesù è già in piedi, esce di casa e si ritira in un luogo appartato a pregare; non sappiamo come fosse la sua preghiera, ma il versetto del Sal 119,147 può essergli risuonato nella mente e nel cuore: «Precedol’aurora e grido aiuto, spero nelle tue parole». Un po’ più lenti al risveglio sono i suoi discepoli, che lo raggiungono più tardi per informarlo che già tutti lo stanno cercando, probabilmente con la richiesta di guarire altri malati o di scacciare altri demoni. E qui bisogna notare la decisione che Gesù prende: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

La casa di Pietro poteva essere una buona opportunità per creare lì una sua scuola, impartire il suo insegnamento e operare guarigioni; la notizia si sarebbe sparsa ben presto tra i villaggi intorno al lago e la gente si sarebbe mossa per venire da lui. Gesù invece decide di muoversi lui, di svolgere un ministero itinerante, di andare lui verso la gente, negli altri villaggi. Una scelta particolare e allo stesso tempo ricca di significato: Gesù è il Messia, l’unto del Signore, «colui che deve venire» (Mt 11,3; Lc 7,19), e la sua venuta si manifesta proprio nel suo «andare» come espressione del fatto che non è l’uomo che va in cerca di Dio, ma è Dio che va alla ricerca dell’uomo. 

Inizia così l’itinerario messianico di Gesù per i villaggi della Galilea, caratterizzato, secondo quanto scrive Marco, da due principali azioni: predicare nelle sinagoghe e scacciare i demoni. La prima cosa è dunque la visita nella sinagoga, un luogo di incontro, di condivisione, ma soprattutto un luogo di ascolto e di studio delle Scritture di Israele, della parola di Dio. Il Messia, come Gesù stesso dirà, non aggiunge o toglie nulla alla Scrittura – «Non crediate che io sia venuto ad abolirela Torah o i Profeti» –. La sua missione consiste nel «compiere» la Scrittura: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

Ora la questione è come intendere questo «compiere» la Scrittura. Diverse sono le ipotesi di interpretazione, ma una cosa è certa: Gesù non si sostituisce alle Scritture di Israele, la cui validità rimane per sempre, né apporta un «qualcosa in più» o di «diverso»; indica, casomai, il modo di viverle in pienezza, di «compierle» nella propria vita e nella propria carne fino alla fine.

Ed è questo il senso della preghiera fondamentale di Israele, lo «Shemà Israel/Ascolta Israele»: ascoltare e amare il Signore con tutto il cuore, ovvero con tutta la volontà e l’intelletto, con tutte le proprie forze (che significa anche con tutte le proprie sostanze) e con tutta l’anima, ovvero con tutta la vita, fino alla fine.

E se la Parola è al primo posto nell’azione messianica di Gesù, ecco, di conseguenza, la lotta contro tutto ciò che si oppone alla forza viva della Parola: «i demoni». Anche qui forse è il caso di fermarsi a riflettere su questa espressione. Chi sono o che cosa sono questi demoni? Molte possono essere le risposte, secondo anche la sensibilità o la propensione verso la ricerca dell’occulto e dell’ignoto ma, come si è già detto nel commento di domenica scorsa, con questo termine «demoni» possiamo intendere tutto ciò che si oppone alla vita, al bene, alla comunione: qualsiasi «spirito» che produce divisione, violenta opposizione, incita alla violenza, all’odio, alla sopraffazione dell’altro, che separa, allontana, e che, in definitiva, genera morte.

Gesù ha il potere di sconfiggere tali «forze», e di farlo «per sempre», ma tale vittoria non apparirà trionfante o eclatante; si manifesterà invece in un’umana sconfitta, abbandonato dai suoi, sul legno di una croce e, non dimentichiamolo mai, in una pietra scoperchiata e in un sepolcro vuoto.

Ester Abbattista

Biblista

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