Pastorale e prassi morale. Una chance per l’etica teologica

Il vescovo statunitense Robert Barron, fondatore di «Word on fire», organizzazione la cui finalità è di annunciare Cristo in dialogo con la cultura, in un suo resoconto relativo all’ultima esperienza assembleare sinodale tenutasi a Roma così si esprime: «Un punto finale – e qui mi trovo francamente in disaccordo con la Relazione di sintesi – ha a che fare con lo sviluppo dell’insegnamento morale relativo al sesso. Si suggerisce che gli avanzamenti compiuti nella nostra comprensione scientifica richiederanno un ripensamento del nostro insegnamento sulla sessualità, le cui categorie a quanto pare sono inadeguate a descrivere la complessità della sessualità umana (…) Ma il problema più profondo che ho è che questo modo di argomentare si basa su un errore di categoria, ovvero che i progressi delle scienze, in quanto tali, richiedano un’evoluzione dell’insegnamento morale».

 

Un’idea di ordine nelle concezioni morali

Secondo l’alto prelato bisogna resistere alla tentazione di confondere l’oggettivo progresso scientifico, insieme a tutte le sue nuove acquisizioni, con una paritetica evoluzione dell’insegnamento morale.

L’applicazione al mondo omosessuale e LGBT è esemplare in questa raccomandazione di metodo per porre la domanda: tutte le nuove informazioni sull’eziologia e sugli aspetti dell’universo della sessualità umana, ora forniteci dalla biologia evolutiva, dalla chimica, dall’antropologia culturale, ci potranno mai dire qualcosa sulla giustezza degli atti compiuti? 

 

Una concezione di morale nell’ordine delle idee

La domanda è pertinente, ma non basta dire questo per capirne la pertinenza. Quest’ultima, se vogliamo istruire un discorso da moralisti (teologi o filosofi non importa prima facie), necessita di porre una domanda previa: pertinente rispetto a cosa?

Rispetto a un «insegnamento morale» che si regge su un giudizio morale la cui pista etico-normativa è data per assodata e scontatamente non rivisitabile, oppure rispetto alla natura «morale» di un giudizio le cui piste etico-normative possono essere diverse nel metodo di individuazione e formulazione dello stesso giudizio su cui poter istruire un «insegnamento morale»?

Il fulcro della pertinenza su cui voglio attirare l’attenzione è il modo di intendere la «norma morale»: se il suo concetto non è solo morale, ma a questo si aggiunge quello canonico-disciplinare e dottrinale, la norma risulta molto spesso senza eccezioni e, a fronte di ciò, tutti i tentativi di introdurre delle novità vengono concepite come un’eccezione.

Se, invece, ci si concentrasse sulla sola «natura morale» di una norma, si scorgerebbe che la cifra della stessa è la sua storicità, implicata nella stessa storicità dei problemi che via via vanno emergendo.

Questi ultimi non si risolvono secondo la logica dell’eccezione rispetto alla norma universalmente valida, o alla norma che valuta aprioristicamente l’azione a prescindere dalle sue conseguenze, bensì, considerata la cifra della storicità, sostenendo che se un caso presenta conflitto, il problema va sempre analizzato e risolto in base ai valori o disvalori (non morali) che l’azione produce. Proprio perché la situazione di conflitto rende impossibile la realizzazione di tutti i valori che moralmente essa deve realizzare, bisogna guardare a quei valori che l’azione può realizzare, confrontarli con quelli che non realizza e giudicare se vale più dal punto di vista morale (solo questo ci interessa) realizzare i primi e non i secondi, realizzare quelli a scapito di questi o non realizzare né gli uni né gli altri. 

 

Norma e magistero: disinnescare e dialogare

Insomma, il «discrimen» tra le due pertinenze suddette è prendere o non prendere sul serio che una norma morale incondizionata ha una forma proposizionale puntellata da preposizioni condizionali (tranne che…, quando…, se…), così che l’esigenza morale in essa contenuta e difesa non è ristretta a posteriori, bensì «di-spiegata» nella sua originaria sostanza.

Ciò vuol dire che o si parte dal presupposto che la norma non ha eccezioni solo nel senso che nella sua natura è formulata già per aderire a quel tipo di contesto, oppure continueremo a teorizzare ora dei «limbi morali» rispetto all’insegnamento morale (nella migliore delle ipotesi), ora a contenere degli scontri aperti con il magistero (nella peggiore delle ipotesi).

In entrambe le ipotesi non si fa quello che si dovrebbe fare: riformulare meglio, rifondando le norme sulla base di una critica equilibrata e convincente rispetto a quelle argomentazioni che sembrano non convincere più il popolo di Dio, il quale non comprendendone più il senso vive una divaricazione tra dottrina e prassi morale.

I teologi moralisti hanno questo compito: offrire una fondazione e riformulazione critica e convincente delle norme morali, animando il dibattito pubblico non solo ad intra ma anche ad extra, non solo tra i credenti ma anche tra credenti e non credenti.

Il cambiamento d’epoca dentro questa epoca di cambiamenti, verso cui il papa ci spinge a guardare, è una chance per riformulare un’etica normativa che faccia bene il suo compito: aiutare il magistero ad aiutare i credenti (anche come cittadini) nei conflitti morali.

Al netto di questa impresa, i teologi che si occupano di questioni etiche non sono quelli che stanno o in linea non in linea con il magistero, ma quelli che praticano le argomentazioni del ragionamento etico-normativo. Seguire le linee del ragionamento etico-normativo, infatti, implica il non avere come unico dirimpettaio il magistero, bensì avere tutti quelli che con loro vogliono dialogare, compreso il magistero.

Una macroscopica differenza tra il ministero del magistero e il ministero dei teologi! Il primo per lo più improntato sul versante parenetico-pastorale, il secondo sul versante della riflessione etica critica, stimolante, rigorosa e convincente al servizio della stessa credibilità e significatività dell’insegnamento morale magisteriale.

La distinzione tra azione pastorale e riflessione morale è alla base del dialogo intra-ecclesiale, l’unico presidio per poter successivamente intavolarne uno extra-ecclesiale.

 

 

da Blog Moralia

Pietro Cognato

Teologo

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