Commento alle letture per la liturgia della I Domenica di Quaresima

Gen 9,8-15; Sal 24 (25); 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Con il Vangelo di questa domenica inizia il tempo di quaresima, e la liturgia ci propone la scena delle tentazioni secondo Marco: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano».

In realtà la versione marciana non ci dice nulla del contenuto delle tentazioni, vengono però posti nella narrazione alcuni elementi chiave: «quaranta giorni», la presenza di «bestie selvatiche» e la compagnia di «angeli» che sono al servizio di Gesù. Che cosa significano questi tre elementi e, soprattutto, a che rimandano?

Il primo elemento è il numero «quaranta», un numero che ricorre parecchie volte nella Bibbia. Indica, ad esempio, la durata del diluvio: «Farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti» (Gn 7,4.12); o quella del lungo cammino del popolo nel deserto: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (Dt 8,2).

Anche il soggiorno di Mosè sulla Montagna sacra, sul Sinai, è durato quaranta giorni e quaranta notti e, in questo caso, il riferimento è ancora più stringente dato che il testo dice: «Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua» (Es 34,28).

Per non dimenticare il profeta Elia, il cui cammino verso l’Oreb (altro nome che identifica il Sinai) durò quaranta giorni e quaranta notti (1Re 19,8).

Se mettiamo insieme, quindi, l’elemento «quaranta» e questi riferimenti biblici, comprendiamo che dietro a questo dettaglio sulla durata della permanenza di Gesù nel deserto c’è tutta una storia, la storia di un popolo e della sua relazione con il suo Dio, una storia fatta di liberazione, speranza, responsabilità, ma anche di ribellione, mormorazione, sconforto, disperazione; una storia il cui denominatore comune è la fedeltà di Dio verso il suo popolo, potremmo quasi dire la sua «tenacia» nell’essere fedele alla sua Parola.

In questi «quaranta giorni» Gesù «rivisita» nella sua carne, nella sua vita, la storia del suo popolo, l’assume su di sé e, in un certo qual modo, la ripresenta a Dio. Ciò che avverrà dopo, l’attuazione del suo ministero messianico fino alla sua morte e risurrezione, è in continuità con questa storia, ne è il culmine e la pienezza.

Il secondo elemento è rappresentato dalla presenza delle «bestie selvatiche». Un particolare, questo delle bestie, che manca nella narrazione parallela sia di Matteo sia di Luca. Tale espressione si riferisce a tutti gli animali che in qualche modo appaiono ostili e pericolosi per l’uomo, e viene spesso usata dai profeti per indicare la violenza dei castighi verso chi si oppone al disegno di Dio, sia questo Israele o un popolo invasore come l’Assiria o Babilonia.

Qui, in Marco, queste bestie appaiono invece tranquille, innocue, si potrebbe dire che fanno compagnia a Gesù. Dietro a questa immagine si può leggere il testo di Is 65,25: «Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue, e il serpente mangerà la polvere, non faranno né male né danno in tutto il mio santo monte, dice il Signore». L’era messianica descritta dal profeta è infatti contrassegnata dall’instaurazione di un nuovo rapporto con la creazione e con tutte le creature viventi; un’era e un tempo che Gesù inaugura proprio nel deserto.

Terzo e ultimo elemento è la presenza di «angeli» che servono Gesù. Senza entrare nel mondo e nelle questioni dell’angelologia neotestamentaria, gli angeli, anch’essi creature di Dio, assumono sempre un ruolo funzionale, sono in qualche modo dei «ponti» tra il mondo umano e il mondo divino, appartengono a quella realtà creata che nel nostro credo affermiamo distinguendo «le cose visibili e invisibili».

Gli angeli, invisibili all’uomo, appartengono alla creazione e nella scena di Marco sono al servizio di Gesù. L’immagine evocata è quella del «paradiso ristabilito»: Gesù, come nuovo Adam, compie la piena riconciliazione di tutte le realtà create, realizzando in sé quell’immagine di Dio in una somiglianza compiuta. E se in Gen 1 l’essere umano è il culmine della creazione, ecco che qui abbiamo tutta la creazione che in qualche modo si raduna intorno al «nuovo» essere umano. E ciò che viene annunciato è la pienezza del tempo, la riconciliazione di tutta la creazione e la manifestazione della bellezza di Dio nel volto di colui che pienamente sarà l’Uomo. 

Dal deserto, con tutto ciò che evoca, dalla creazione, raccolta in tutte le sue dimensioni, inizia il cammino messianico di Gesù, un cammino in cui non gli verrà risparmiato nulla, né i momenti di gioia né quelli di dolore, né la compagnia e il calore umano e nemmeno il rifiuto, l’abbandono e persino il tradimento; in cui anche il dolore fisico e la morte saranno messe in conto.

Ma in tutto questo, come scriverà Giovanni nel suo racconto della passione, tutti potranno alzare lo sguardo e vedere, contemplare l’«Ecce homo». Quell’uomo tanto umano e allo stesso tempo divino che ha aperto le porte del mondo di Dio perché tutta l’umanità vi possa trovare «dimora»: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

Ester Abbattista

Biblista

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