L’invito del Sinodo in corso a pensare un modello di teologia e di cultura in genere che serva il popolo di Dio (Relazione di sintesi – XVI Assemblea generale ordinaria, n. 15; J) si riverbera sulle variegate vicende del rinnovamento della teologia – in specie della teologia morale – auspicato e incoraggiato dal concilio Vaticano II, e i cui prodromi risalgono ormai ai primi decenni del Novecento.

 

Uno stimolo nuovo

È un invito a riflettere su quanto sia possibile oggi per il pensiero teologico, in specie morale, riuscire a divenire realmente un fermento non retorico al servizio del popolo di Dio, ma offrirsi come un vero nucleo propulsore di «induzione sinodale» per una Chiesa in uscita verso il futuro.

Una teologia, in altri termini, in grado di alimentare una consapevolezza feriale: «Il credente e anche il non credente auspicano che la loro umanità, cioè l’intero spettro delle loro esperienze e sentimenti, sia in buone mani, quando si rivolge alla teologia morale come scienza della fede e come scienza della comune esperienza umana» (K. Demmer, Il sentire umano e il senso morale. Quinta cattedra dei non credenti, 1991).

 

Una riflessione nuova sul passato recente

Nascerebbe da qui l’esigenza diffusa di indagare sulle matrici fondamentali della teologia morale, tenendo conto della centralità della storia personale e sociale e dei percorsi ermeneutici che ne derivano per l’oggi e per l’umanità del futuro. E questo a partire da una revisione critica della tradizione teologica moderna, il passato dove molte visioni e prassi ecclesiali attuali affondano le radici.

Come ad esempio quell’assunto pregiudiziale, quasi un ingombrante «convitato di pietra», secondo cui la teologia, in quanto sapere che procede dalla fede, non è un vero sapere, ma solo una congettura tra le altre possibili. A tale assunto il pensiero ecclesiale del tempo ha opposto una reazione apologetica ma sostanzialmente acquiescente a un concetto solo formale di ragione, impegnandosi in un’alimentazione del tratto razionale dell’atto di fede, i cosiddetti preamboli, in un tempo in cui i saperi empirico-sperimentali iniziavano a monopolizzare lo sviluppo della conoscenza ritenuta vera.

Da qui l’auspicio del rinnovamento di una visione che possa superare il tratto formale della ragione e offrire un nuovo approccio fenomenologico ed ermeneutico indispensabile a teorizzare la differenza tra scire e sàpere, per cui la teologia risulta una forma seconda di sapere rispetto a quello di cui il credente già vive.

 

Vedere l’intero

La percezione sapienziale (il senso dell’intero) viene anzitutto dalle evidenze dischiuse dal dinamismo delle relazioni primarie, della lingua diffusa e in generale dalla costituzione originaria dell’umano, cioè dalla vitalità corporea e sensibile, verbalmente e fisicamente espressa nelle forme pratiche e narrative delle età della vita, non da una considerazione retorica e formale della ragione: «La figura moderna e illuminista della ragione appare senza debito nei confronti della storia, della memoria, del costume, è ragione invincibilmente formale, incapace di qualsiasi sapere a proposito del senso di tutte le cose» (G. Angelini, La teologia del Novecento).

In sintesi, da questi brevi tratti relativi solo ad alcuni aspetti, risulta come l’approccio fenomenologico ed ermeneutico in teologia morale sia una via particolarmente adatta a pensare un modello di teologia e di cultura capace di porsi come servizio vitale e fecondo per la vita del popolo di Dio e dell’umanità tutta: «Radicandosi nell’apparire delle cose alla coscienza, la fenomenologia esige un’ermeneutica: la manifestazione della verità interpella l’atto della libertà, in un’implicazione (interna) reciproca tra verità e libertà, tra evidenza e fede» (M. Chiodi, Teologia morale fondamentale).

 

 

da Blog Moralia

Luca Novara

Teologo

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