«Se abbandoneremo la ricerca della democrazia non avremo alcuna speranza di costruire un ordine internazionale giusto basato sui valori».

Il 24 novembre 2023 il Consiglio degli ordini forensi d’Europa (CCBE) ha assegnato il suo «Premio per i diritti umani 2023» agli avvocati cinesi Chow Hang-tung, Xu Zhiyong e Ding Jiaxi, «per il loro coraggio, la loro determinazione e il loro impegno nella difesa dei diritti umani e dello stato di diritto in Cina».

Alla consegna del premio i tre avvocati non erano presenti, in quanto detenuti per la loro partecipazione ai movimenti pro-democrazia e per «sovversione». Tuttavia il 24 novembre Chow Hang-tung è riuscita a inviare un discorso di accettazione del premio, intitolato «Sull’ordine basato sulle regole», dove denuncia la deformazione dell’idea di giustizia da parte del governo cinese, pur all’interno di un ordinamento all’apparenza ancora liberale com’è Hong Kong, e il danno che questo sta provocando a tutta la comunità internazionale.

Il discorso, pubblicato sul sito web della Federazione internazionale dei giornalisti www.ifj.org, è contenuto in versione italiana sull’ultimo numero de Il Regno – documenti. Ne pubblichiamo una parte, rinviando al sito della rivista per continuare la lettura. (D. S.)

L’avvocato e le leggi

C’è una certa ironia nel fatto che un detenuto riceva un premio offerto dagli avvocati. Qualcosa deve essere andato storto quando qualcuno che si è impegnato a servire la legge riceve invece un riconoscimento per presunta violazione della legge. Quindi forse questa è una buona occasione per riflettere sul rapporto dell’avvocato con la legge, o più in generale con l’ordine basato sulle regole, siano esse nazionali o internazionali.

Come avvocati siamo stati formati sulla legge come dovrebbe essere, guardiana imparziale della giustizia e della libertà, fondata sulla verità e sull’uguaglianza, attuata in uno spirito democratico. Costruiamo le nostre teorie e pratiche, comprese le regole, norme e principi deontologici della professione, su come comprendere la legge e interagirvi sulla base di una concezione idealizzata di che cosa essa sia. Ma questo è come costruire la nostra pratica su un mito.

 

Un cattivo sapore

Perché il mondo reale è un posto molto meno felice; la maggior parte delle persone non vive in condizioni di giustizia, neanche lontanamente. Deve convivere con una legge che opprime, non che protegge. È sfruttata da leggi che non ha voce in capitolo nel creare o nel plasmare. Le leggi che le soffocano non toccano mai le élite. Le persone là fuori sperimentano la legge così com’è, non come dovrebbe essere: principi elevati che sembrano buoni ma hanno un cattivo sapore.

Se siamo avvocati che non si accontentano di vivere in un mito, come dovremmo comportarci rispetto alle leggi reali? Quando la Costituzione impone la leadership assoluta di un partito, la fedeltà alla legge richiede il rispetto del governo del partito unico? Quando una legge viene emanata segretamente e applicata improvvisamente sulla popolazione, ne accetti l’autorità o la rifiuti? Quando sai benissimo che regole insensate e gravose vengono imposte solo selettivamente agli sfavoriti, condoni l’inosservanza della legge o insisti su un’applicazione equa? Quando i diritti sanciti nelle leggi vengono nella pratica calpestati, e quando la rinuncia a tali diritti è la via più sicura, consigli ai tuoi clienti la legge così com’è o la legge come dovrebbe essere? Perché questa è la realtà con cui io e i miei colleghi conviviamo, giorno dopo giorno.

 

Le leggi non si applicano da sole

Ovviamente non sono solo gli avvocati a idolatrare la legge.

Un ritornello comune dei politici di tutto il mondo in questi giorni è la necessità di sostenere un «ordine internazionale basato su regole». Non basato sui diritti, non basato sui valori, ma basato sulle regole. Forse il concetto di «regole» viene visto come meno politico, più neutrale, meno divisivo. Che va bene sia ai democratici sia agli autocrati. Ma qui sta il problema: anche agli autocrati piace questa formulazione, proprio perché un ordine regolamentato può fare altrettanto bene al caso loro.

Le regole, o leggi, non si applicano da sole, ma dipendono dalle persone che le varano, le interpretano e le applicano. Non sono verità divine e assolute, ma piuttosto creature di abitudine e caso, progetto e improvvisazione, aspirazioni e bassezza. In definitiva le leggi sono dichiarazioni di potere. Lungi dall’essere una panacea per un mondo in difficoltà, le leggi sostenute da un potere ingiusto possono portare all’incubo più grande.

 

Crimini commessi dalla legge

La storia è disseminata di esempi di crimini commessi dalla legge. Lo stato più oppressivo è raramente lo stato fallito che ripudia la legge e l’ordine, ma è uno stato pervasivo che eccelle nell’usare la legge per ordinare la società a fini ripugnanti.

La Shoah non è avvenuta a causa della mancanza di regole, ma a causa delle regole stabilite dai nazisti. L’apartheid non era un ordine naturale, ma il risultato di regole imposte da una minoranza bianca. Milioni di uiguri non sono stati internati a causa di ritorsioni arbitrarie, ma per una politica sistematica attuata attraverso una serie di norme e regolamenti. E nella città che chiamo casa, una legge sulla sicurezza nazionale imposta unilateralmente da Pechino ha reso «criminali» molti miei amici, che sono studiosi, legislatori, avvocati, giornalisti, sindacalisti e attivisti. Vale a dire, cittadini rispettosi della legge che fanno quello che hanno sempre fatto, quello che considerano il loro dovere.

 

Ad esempio: il sistema di censura del web

Così come un sistema giusto, anche un sistema ingiusto ha bisogno di regole per funzionare e perpetuarsi. Anzi, le regole possono spesso mascherare l’ingiustizia con un velo di legittimità istituzionale, facilitando l’attuazione del male su larga scala attraverso l’indifferente efficienza burocratica.

Quando il «grande firewall» cinese, il sistema di censura del web, diventa una realtà quotidiana sostenuta dall’autorità delle leggi, pochi ormai continuano a riconoscerlo come la grave violazione dei diritti umani che è. Ma di certo questa imponente infrastruttura per bloccare la libera informazione è una violazione quotidiana dei diritti all’informazione, all’espressione e alla comunicazione di miliardi di persone. Inoltre, producendo un pubblico intrappolato che ammonta a un sesto della popolazione mondiale, fornisce una solida base affinché la disinformazione e il pregiudizio possano radicarsi e diffondersi, il che a sua volta esporta pressione alla censura e all’avvelenamento del dibattito ben oltre il confine cinese.

 

«Le regole sono regole»

Eppure le aziende tecnologiche – locali ed estere – non sono preoccupate di partecipare al più grande tentativo mondiale di controllo del pensiero, poiché possono sempre dire che stanno semplicemente «rispettando i requisiti legali». La legge diventa così una scusa per calmare la nostra coscienza, rendendoci intorpiditi rispetto al ruolo che giochiamo nel male.

«Le regole sono regole», dicono i funzionari, dicono i giudici, dice la guardia carceraria. E l’elefante nella stanza sbuffa. Chi ha stabilito le regole, comunque?

Il problema va oltre i cattivi attori che producono intenzionalmente cattive leggi. Riguarda anche il modo in cui le leggi vengono applicate al mondo reale.

Laddove una legge è esplicitamente emanata per uno scopo discutibile, possiamo facilmente sottolinearlo e dire: abroghiamola, o addirittura disobbediamo. Ma situazioni di tale chiarezza morale sono relativamente rare. 

 

Uso illegittimo di leggi legittime

Capita più spesso di dover affrontare l’uso illegittimo di leggi altrimenti legittime.

A Hong Kong migliaia di manifestanti sono attualmente incarcerati in base a una legge sull’ordine pubblico dell’epoca coloniale, non creata da Pechino. L’arma preferita della nostra polizia per colpire la libertà di parola è una legge britannica a lungo dormiente, la legge sulla sedizione. E il mese scorso un uomo che aveva scattato alcune foto sulla cima di una collina con in mano un cartellone è stato arrestato con l’accusa di aver violato le norme a tutela della campagna. Assistiamo a leggi sul riciclaggio di denaro che vengono citate come motivo per rifiutare i servizi bancari a organizzazioni non governative e dissidenti, leggi sugli operatori stranieri utilizzate per strangolare e diffamare le organizzazioni per i diritti umani, e regolamenti edilizi e antincendio utilizzati come arma per vessare negozi e gruppi con simpatie pro-democrazia.

 

L’impotenza delle leggi «buone»

Le leggi sul riciclaggio di denaro, sull’ordine pubblico e sulla sicurezza antincendio sono ovviamente importanti in qualsiasi sistema giuridico. Ancora una volta, le leggi non si impongono da sole ma vengono applicate – e osservate – dagli uomini. In una società pervasa dal potere asimmetrico dello stato, tale squilibrio inevitabilmente ne corrompe l’applicazione. Quando il potere statale diventa incontrollato, il sistema giuridico nel suo complesso si degrada e non può essere salvato imputando i suoi mali a poche leggi sbagliate.

Il lato opposto della stessa medaglia è la crescente impotenza delle cosiddette leggi «buone», prime fra tutte quelle sui diritti umani. È vero, la nostra Costituzione adotta in gran parte la Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici, ma ciò non ha fermato la continua repressione nei confronti della società civile. I funzionari proclamano sfacciatamente il loro rispetto per i diritti mentre li calpestano impunemente. Senza persone impegnate a realizzarle – e con il potere di farlo –, le leggi sui diritti umani non sono altro che fronzoli decorativi sul codice.

 

Nessuno sentirà i loro nomi

I dittatori hanno pochi scrupoli nell’«impegnarsi» pubblicamente nei confronti dei principi più elevati, poiché non vi sono vincolati. Invece di consentire a tali impegni di limitare la loro azione, usano quelle parole per limitare il modo in cui la realtà può essere percepita, in modo tale che la loro «rettitudine» non possa mai essere scossa. Il lavoro forzato nello Xinjiang non esiste. L’accusa di tortura è propaganda straniera. Non è successo nulla in piazza Tiananmen in quel fatidico giorno di 34 anni fa. Avendo la legge dalla sua parte, lo stato sopprime facilmente voci e fatti contrari, li scredita e li elimina dalla vista. Come dimostra il fatto che devo parlarvi dalla prigione, e il fatto che la maggior parte dei cinesi non saprà mai perché Xu Zhiyong e Ding Jiaxi sono imprigionati, o nemmeno sentirà mai i loro nomi.

Chow Hang-tung

Avvocata

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