Chiese e violenze: per non essere meri narratori di favole

L’uscita pubblica di due religiose della Comunità di Loyola che hanno subito violenze e abusi da parte di Marko I. Rupnik ha riportato ieri davanti al pubblico – più anglosassone che italiano – un «caso» su cui non è tutt’ora stata fatta piena luce.

Nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana e in presenza dell’avvocata Laura Sgrò – nota anche per la sua attività a fianco della famiglia di Emanuela Orlandi – ieri, 21 febbraio, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, la prima italiana, la seconda slovena hanno dipinto un quadro nefasto della personalità del fondatore-artista-padre spirituale che è oggi incardinato nella diocesi di Capodistria.

 

Tanto da spingere la Santa Sede

A pubblicare in giornata una nota in cui ha precisato che finora sono state «contattate le istituzioni coinvolte» e che è stato «allargato il raggio di ricerca ad altre realtà» nel caso in oggetto.

Le due donne poi hanno fatto capire che le vittime coinvolte potrebbero essere una ventina. Qui il relativo lancio dell’ANSA.

 

Le cinque scuse dei negazionisti delle violenze nella Chiesa

Per questo è estremamente interessante, soprattutto per il pubblico italiano, la lettura del lungo articolo pubblicato sull’ultimo numero de Il Regno, a firma di Peter Beer e Hans Zollner, sulle «cinque scuse» che adduce chi non vuole considerare importante per la vita della Chiesa la questione delle violenze e degli abusi.

Le sintetizzo per comodità con parole mie, rimandando al testo integrale per la loro puntuale e articolata argomentazione, che tra le altre cose si lega anche ad alcuni punti della Relazione di sintesi della I sessione del Sinodo sulla sinodalità.

  • Se gli abusi avvengono per lo più in famiglia, perché prendersela tanto con la Chiesa?

  • Gli abusi sono al massimo colpe/reati individuali, la Chiesa nel suo complesso non c’entra.

  • Se la Chiesa affronta il tema di petto, si fa del male da sola. E, in un mondo che è già così ostile alla sua presenza, perderebbe ulteriori posizioni.

  • L’impegno sugli abusi e le violenze chiederebbe anche un dispendio di energie e risorse che invece sono da indirizzare all’annuncio e all’attività pastorale.

  • L’utilizzo di metodologie scientifiche, teorie e approcci estranei al mondo ecclesiastico rischia di snaturare l’identità stessa della Chiesa.

 

L’esempio di Bolzano-Bressanone

Rientra nell’ultima «scusa» anche il caso relativo alle indagini storiche che in varie nazioni sono state effettuate da parte di organismi terzi. Beer e Zollner le definiscono come il primo passo necessario «per fare chiarezza su ciò che è accaduto in termini di abuso», grazie a uno sguardo esterno che sia in grado di stabilire le colpe rispetto al grado di consapevolezza nel tempo nel quale sono accadute.

Ma «non ci si può fermare a guardare il passato». Questo è solo il primo passo per volgersi al presente e al futuro. E per far sì che il numero di nuove vittime si avvicini sempre più allo zero. «Altrimenti – scrivono i due autori – le persone ci percepiranno solo come meri narratori di favole», alla stregua di Sheherazade, che racconta per avere salva la vita.

Un interessante caso da seguire è quello della diocesi di Bolzano-Bressanone che, per prima in tutta Italia, lo scorso dicembre ha ufficialmente avviato il Progetto «Il coraggio di guardare», che prevede come primo passo proprio un’indagine storica.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap