I giovani ovvero la precarietà: parla il prof. Pellai

I giovani italiani faticano a conquistare una propria autonomia dalla famiglia, ad accedere a un’abitazione propria e a fare ingresso stabile nel mondo del lavoro. Vorrebbero avere figli ma, in assenza di un adeguato ecosistema sociale, legislativo, economico la scelta viene ritardata sempre di più trasformandosi spesso in un’implicita rinuncia. Non a caso – fanno notare i demografi – siamo il paese in Europa con età media più tardiva a cui si arriva ad avere il primo figlio e la natalità media più bassa, appena 1,24 figli per coppia. Per non rischiare di «entrare in una trappola demografica» occorre investire su una nuova prospettiva culturale in cui «riportiamo l’idea del futuro come un’idea che genera opportunità e non solo rischio, desiderio e non solo paura». Ne abbiamo parlato con  Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, a margine della prima tappa del «Tour della natalità» organizzato a Bologna dalla Fondazione per la natalità. «Gli studenti che incontro – spiega il ricercatore e formatore – raccontano sé stessi come “in sospeso” tra la vita da cui vengono e la vita verso cui vanno. E la vita verso cui vanno spesso è intuita come uno spazio di grande precarietà, mentre dovrebbe essere un gioco, uno spazio di autorealizzazione».

 

Sfiduciati

– Alcune coppie rinunciano alla maternità e alla paternità perché sfiduciate dalla vita quotidiana.

«La generazione di adolescenti e di giovani adulti ha attraversato un decennio connotato da una profonda crisi economica e da una pandemia che ha fermato il mondo e ci ha fatti sentire più fragili e vulnerabili, e inoltre ha rimesso il tema della guerra all’interno delle nostre vite. Contemporaneamente il mondo brucia, la nostra casa sta bruciando: c’è un’emergenza planetaria per cui la narrazione quotidiana è relativa a ciò che stiamo perdendo, infragilendo e rompendo. Questa è la narrazione catastrofica che viene proposta e che sta crescendo. Effettivamente è una generazione che si sente dare del futuro una visione che è più spaventevole che desiderabile». 

 

Stare al sicuro significa rinunciare

– Oltre ai fattori oggettivi, non crede che ci sia una responsabilità degli adulti? 

«Di certo quello dell’adulto è un lavoro che chiede di essere base sicura e di vedere nel futuro e cercare nel futuro la dimensione della speranza e dell’opportunità, non del pericolo. Altrimenti rischiamo di entrare nel ritiro sociale: cercheremo sempre luoghi ultraprotetti dove facciamo pochissimo ma stiamo al sicuro. Fare pochissimo e stare al sicuro è lecito, ma comporta il rinunciare a tutte quelle potenzialità e prospettive con cui possiamo rendere il mondo un posto migliore». 

 

Bullismo, un epifenomeno

– Le cronache ci raccontano di un aumento di episodi legati al disagio sociale. Possiamo definirla un’emergenza?

«Quella che chiamiamo emergenza educativa, e che porta anche a questi fenomeni, è in realtà un’emergenza che poggia sul fatto che siamo sempre più analfabeti dal punto di vista emotivo e socio-relazionale. Il bullismo è un po’ l’epifenomeno di tutte queste cose: cioè è un fenomeno in cui c’è una grandissima crisi delle competenze empatiche, per cui qualcuno fa del male a qualcun altro senza quasi rendersi conto di tutto il danno che sta producendo in un’altra persona. Quindi salta il sistema della solidarietà. E nella percezione del bullo la potenza prepotente diventa molto più vantaggiosa della competenza, della solidarietà e della cooperazione sul piano socio relazionale». 

 

Perseguire il «noi»

– Dobbiamo preoccuparci di questa tendenza?

«Direi che la preoccupazione, in una prospettiva psicopedagogica, deriva dal fatto che c’è una cultura che probabilmente fatica a proporre la dimensione del “noi” come una dimensione da perseguire anche nel proprio percorso di crescita. Al tempo stesso spinge tantissimo sulla costruzione di un “io” performativo e potente, che però spesso non riesce a essere competente. Se è un “io” che deve stare sopra tutti, vincere tutto e arrivare sul podio è probabilmente un “io” che si disinteressa in modo significativo, cioè non dà significato alla relazione con l’altro». 

 

Un villaggio reale

– Per contrastare questo individualismo cosa si può fare?

«Da una parte dobbiamo ritornare a essere un villaggio reale, che fa crescere minori che costruiscono una vita reale. Negli ultimi vent’anni, invece, siamo sempre più diventati un villaggio globale, spesso virtuale, che chiede ai minori di investire tantissimo tempo ed energie in una vita virtuale, una vita dove i prerequisiti emotivi, socio-relazionali ed empatici sono davvero fragili e sono davvero deboli. Quindi il primo elemento è riportare il tema dell’educazione dentro alla comunità educante e rendere ogni comunità un luogo dove si fa squadra, nella logica di generare poi quelle condizioni che permettono una buona crescita. Il secondo elemento è più educativo». 

 

Le educazioni che mancano

«Quali sono quelle educazioni che oggi mancano a chi sta crescendo e lo rendono poco abile nel sentirsi pronto per la vita? Quali sono quelle cose che allenano alla vita e di cui i nostri ragazzi e le nostre ragazze sembrano essere particolarmente carenti e di rimando sono a disagio e in difficoltà? Qui sono coinvolte tutte quelle educazioni legate al “sapere essere”, che non sono disciplinari ma che sono così necessarie per diventare grandi: l’educazione emotiva, l’educazione socio-relazionale, l’educazione affettiva, l’educazione sentimentale, l’educazione sessuale, tutte quelle educazioni che sentiamo essere la risposta all’emergenza educativa e che non stanno avvenendo dentro la vita di chi cresce. Perché chi cresce si trova in contesti tali che di queste cose non gestisce gli obiettivi, non gestisce le strategie, non gestisce i contenuti e non gestisce i significati». 

 

Il ruolo della Chiesa

– La Chiesa può svolgere ancora un ruolo in questo senso?

«La parrocchia, per me, rimane uno dei pochi luoghi in cui l’educazione è ancora qualcosa di molto importante. Un luogo che si pone l’obiettivo di costruire l’essere umano nei suoi bisogni profondi e non nei suoi bisogni superficiali o nei suoi bisogni di consumo. La visione che la parrocchia a livello comunitario ha su chi cresce è una di quelle poche visioni che vede in chi cresce un soggetto da formare come futuro essere umano, uomo e donna, che deve abitare una vita che abbia senso. E non come accade in moltissime altre situazioni dove i nostri figli spendono un sacco di tempo come esseri umani che saranno futuri consumatori, che devono alimentare un mercato di cui loro sono protagonisti».

 

La relazione al centro

– Ci sono dei modelli a cui guardare?

«Dentro a questa cornice chiaramente la Chiesa deve domandarsi come allearsi con le agenzie educative. Deve domandarsi cosa vuol dire permettere a un ragazzo di vedere nella parrocchia, nell’oratorio, nelle esperienze di animazione e di aggregazione, che gli viene fatta un’offerta umana spirituale ma anche culturale e sociale, una risorsa per i suoi profondi bisogni di aggregazione e di relazione e che devono essere tenuti tutti insieme. Credo che il modello dell’oratorio di don Bosco avesse dentro tutta questa impostazione ed è tuttora attualissimo. Esattamente come l’esperienza dello scoutismo: sembra una cosa vintage e invece è la cosa di cui in questo momento hanno più bisogno i nostri figli e le nostre figlie, perché dentro quel progetto c’è tutto: c’è il muoversi nella vita acquisendo il senso profondo, il significato del proprio stare al mondo, c’è il farlo in cooperazione con gli altri e il mettere la relazione al centro». 

Paolo Tomassone

Giornalista

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