I cattolici e l’arroganza del fare

A margine di un recente convegno milanese, nell’ultimo numero del Regno – Attualità parliamo con il filosofo Silvano Petrosino su alcune ambiguità che lambiscono il cosiddetto mondo cattolico, soprattutto quello più attivo e generoso che lascia in secondo piano il tempo della riflessione.

Una trappola

«Oggi – afferma Petrosino – corriamo il rischio di vivere un’arroganza del fare, l’arroganza del piano pratico, un atteggiamento che emerge in vario modo. Spesso quando propongo a uditori anche molto diversi le mie riflessioni, mi mettono di fronte all’obiezione che il filosofo parla mentre “noi facciamo”.

È una trappola terribile, spesso suffragata – a torto – in ambito cattolico dalla nota affermazione di papa Montini che la Chiesa ha bisogno di “testimoni”, non di “maestri”, dimenticando l’altro pezzo della citazione: “o di maestri che siano testimoni”. Se oggi liquidiamo i maestri, cioè coloro che danno parola all’esperienza e al fare, col tempo queste azioni non si trasformano in cultura ma si dissolvono».

 

Sia testimoni sia maestri

«È utile – continua Petrosino – riandare al c. 4 degli Atti degli apostoli, dove ci sono Pietro e Giovanni arrestati dal Sinedrio. È interessante notare che il Sinedrio s’accorge che erano “persone semplici e senza istruzione” (At 4,13) e decide quindi di lasciarli liberi, chiedendo loro solo di non continuare a parlare di Gesù. E Pietro e Giovanni ricominciano a predicare. E di fronte alle proteste del Sinedrio la loro risposta è sorprendente, nella sua assoluta semplicità: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). Il “visto” e “ascoltato” implicano il non poter tacere, cioè il “rendere ragione” e il dare parola: questa secondo me è la definizione di missione, cioè di quello che noi dobbiamo fare prima di ogni azione o carità verso i poveri: dobbiamo rendere ragione di ciò che abbiamo visto e ascoltato».

 

L’idolo del volontarismo

«Inoltre – dice ancora il filosofo – c’è un aspetto che un po’ m’inquieta in questa ideologia del fare: spesso anche le attività più generose (raccolte di denaro per i rifugiati in Ucraina, beni materiali per l’Africa ecc.), che smuovono davvero in maniera commovente tante persone soprattutto quando scoppiano emergenze e calamità, rischiano di servire innanzitutto ai volontari stessi. Si perde la domanda sulla effettiva utilità di ciò che si sta facendo, perché il bene e lo spirito di sacrificio si trasformano in un “idolo”. È un rischio che oggi corre anche la comunità ecclesiale».

 

Leggi qui l’intervista integrale.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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