8 marzo – «E anche nel buio sono libera, orgogliosa e canto»

Nella canzone Mariposa di Fiorella Mannoia ci sono le ali della libertà delle donne e insieme il peso delle ferite e quello dei destini, dei nomi, dei ruoli non scelti. Ci sono le voci delle donne che in ogni parte del mondo gridano e la potenza tenace delle loro lotte. C’è la crepa da cui passa il vento che scompiglia anche le teologie, e che nelle Chiese suscita timori e arroccamenti.

A volte una canzone esprime qualcosa di inaspettatamente profondo che se ne sta lì, dentro le parole e tra le righe, nelle note e nelle pause della musica, disponibile a chiunque ma spesso trascurato. Di questo mistero nascosto possiamo fare esperienza ascoltando Mariposa (farfalla) interpretata da Fiorella Mannoia e scritta da lei stessa assieme a Cheope, Carlo Di Francesco, Federica Abbate e Mattia Cerri. Il brano, presentato al Festival di Sanremo, si rivela particolarmente adatto a fare da colonna sonora all’8 marzo, perché nella sua esplosione di immagini contrastanti unisce la leggerezza delle farfalle quale simbolo di libertà femminile e il peso di ciò che noi donne riceviamo storicamente come un destino non scelto: nomi, aspettative, ferite, volenza.

 

Un ritornello per ciò che non passa

Nel ritornello apparentemente banale – «Ahia ia ia ia ia iai!» – ci sono tutte le voci delle donne che gridano nel nome della loro vita singolare ma anche nel nome della vita di ogni essere, fino al travaglio del cosmo. 

Il titolo della canzone, infatti, è stato scelto su ispirazione della serie TV Il grido delle farfalle, dedicata alla storia dell’avvocata e attivista dominicana Minerva Mirabal e delle sue due sorelle, tutte e tre assassinate il 25 novembre 1960 per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo, detto El Chivo. Nel loro villaggio le Mirabal – che erano in quattro – erano chiamate “le farfalle” per la loro particolare bellezza. Furono uccise e poi gettate in un dirupo per simulare un incidente d’auto, ma l’opinione pubblica non si fece raggirare e il dittatore fu costretto a dimettersi. È nel loro nome che ogni anno, nello stesso giorno, celebriamo la Giornata contro la violenza sulle donne. 

Così, in quel verso della canzone che dice «Sorella, io ti do la mia parola» possiamo intravedere il loro legame di solidarietà famigliare, o una vera e propria consegna per la sorella sopravvissuta, o anche un rimando alla lunga genealogia femminile che in varie parti del mondo suscita continuamente nuove e coraggiose protagoniste nella lotta per la vita e per la libertà. Vengono dunque in mente Masha Amini e tutte le donne iraniane, ma anche Michal Halev, donna israeliana che con le altre donne arabe, palestinesi ed ebree manifesta nell’associazione Woman Wage Peace, anche ora che le hanno ucciso il figlio Laor. E poi ci sono “le molte altre”, tanto in questa storia come nel vangelo (Lc 8,3), quelle che difendono la vita comune e che per questo pagano un prezzo, diventando vittime di violenza, degli stupri di guerra, degli abusi spirituali, dei ricatti sul lavoro. 

Quel grido può essere fecondo anche nelle Chiese e per i saperi teologici: come scrive la teologa brasiliana Ivone Gebara, parlare dei mali delle donne è aprire una breccia là dove manca lo spazio per respirare insieme. In quella crepa passa un vento nuovo che scompagina le teologie universalizzanti, aprendole alle esperienze di prossimità, alle sofferenze e ai lutti della vita quotidiana, alla critica verso il sacrificio delle vite, alle gioie e agli entusiasmi per ogni frammento di giustizia che fa capolino nel mondo.

 

L’orgoglio della libertà e i nomi ricevuti senza permesso

«Mi chiamano con tutti i nomi, tutti quelli che mi hanno dato», suona la nostra canzone. Noi donne sappiamo bene che cosa questo significhi, perché la storia ci ha spesso confinato dalla parte dell’oggetto da descrivere e normare, più che dal lato del soggetto parlante e pensante. Come se la nostra vocazione fosse quella di rappresentare il lato recettivo della realtà. 

Si spiega così lo strano elenco della canzone che procede per contrasti, in un vorticoso susseguirsi di immagini che culminano in una contraddizione reale: «valgo oro e meno di zero». In questa espressione le donne che vivono nella Chiesa cattolica possono facilmente riconoscere quella triste altalena tra demonizzazione di genere ed esaltazione del genio femminile, che ancora ci affligge.

In ogni caso, in questa trama così accidentata e irriducibile, il brano prorompe in tutta la sua forza simbolica: «e anche nel buio sono libera, orgogliosa e canto». Non sarà pericolosa questa fierezza esposta in un sistema già in crisi? 

No, se ricordiamo il coraggio un po’ scomposto delle donne di Corinto invitate da Paolo a tacere in assemblea. Testimoni autentiche dell’effetto liberante del Vangelo, queste donne osavano profetizzare. Non si sa che cosa avessero da dire, ma non è difficile immaginarlo. 

Oggi, ispirate da questo stesso timore paolino verso lo squilibrio della libertà femminile, le Chiese si agitano e mettono a rischio la sinodalità attraverso pratiche di controllo che scomodano l’immaginario del peccato come brama di potere o addirittura quello della kenosi del Cristo, rischiando di spegnere il fuoco di un disordine che potrebbe essere più creativo del previsto. Inoltre, come ha ben mostrato Elizabeth Green nel suo libro Dio, il vuoto, il genere (Claudiana 2023), certi richiami sarebbero più utili a chi sta dalla parte del potere, mentre finiscono per mortificare la profezia di coloro che si trovano al margine dei contesti da trasformare e che da quella posizione potrebbero avere una nuova storia da raccontare e da condividere per il bene comune.

 

Un grido che si perde nell’universo?

Per un attimo, Mariposa porta l’attenzione sull’infelice esito di questo grido femminile, che sembra destinato perdersi nell’universo. Certamente il rischio c’è e la strada da fare è ancora lunga, ma diversi germogli di primavera si possono già riconoscere nella nostra storia politica, culturale, sociale, spirituale e anche artistica, come abbiamo tentato di mostrare. 

«Sono solo canzonette», cantava Edoardo Bennato. Vero, ma proprio in quel famoso brano lui raccontava di un cantante che diceva così perché non voleva cadere nell’aggressività delle persone in malafede, quelle che – udite, udite – stanno «sempre a caccia delle streghe». Per questa caccia che di fatto ancora continua, il grido può dissolversi nel nostro universo. E sarà un male per tutte e per tutti.   

 

 

da Regno delle donne

Lucia Vantini

Teologa

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