Commento alle letture per la liturgia della IV Domenica di Quaresima

2Cr 36,14-16.19-23; Sal 136 (137); Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Nel Vangelo di questa domenica si parla di fede e di condanna: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Sembrano parole dure e anche in un certo qual modo «integraliste». Se prese alla lettera, infatti, sembrerebbe che destinati alla salvezza o, quanto meno, alla non-condanna siano solo i cristiani, mentre tutto il resto dell’umanità «non cristiana» abbia già ricevuto un giudizio di condanna.

Ma se facciamo attenzione, il seguito del testo esplicita in che cosa consiste il giudizio: «E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Al di là dunque della consapevolezza o conoscenza del Figlio di Dio, ciò che è importante è il «fare verità», proprio perché è questa la strada che porta verso la luce; inoltre tale atteggiamento attivo e fattivo indica che chi agisce così opera «in Dio». Al contrario «fare il male» è senza alcun dubbio un’azione che non solo va contro «verità», ma si oppone alla luce e, conseguentemente, alla «verifica» della sua bontà. 

Si hanno qui alcuni elementi importanti. Il primo è l’equivalenza tra il «fare opere malvagie» e l’«odiare la luce», cui segue il «non venire alla luce» proprio perché non ci sia una riprova della malvagità delle opere. L’idea espressa è in realtà quella che sperimentiamo ogni qualvolta ci troviamo di fronte a qualche «fatto di male» che è emerso, «venuto alla luce», smascherato e che, proprio perché «di male», era stato coperto, celato, nascosto, tenuto nell’ombra.

Il secondo elemento è che la verità ha a che fare con la luce, che per fare verità c’è bisogno di «chiarezza» o, come diciamo quando non siamo sicuri di qualcosa, abbiamo bisogno «di vederci chiaro».

Il terzo elemento, che ritengo sia fondamentale in tutto il brano, è che si parla di «opere» e non di persone. Se da una parte è vero che a «operare» nelle tenebre o alla luce sono gli esseri umani, dall’altra il fatto che il giudizio verte sulle opere lascia aperta la possibilità a chi agisce di essere in cammino, proprio «dalle tenebre alla luce».

In altre parole la distanza, lasciata aperta, tra l’opera, l’azione di male e colui che la compie, se da una parte non elude il giudizio su quanto commesso, dall’altra lascia aperta la possibilità di cambiamento, di direzione e, in ultimo, di azione.

A tutti è rivolto l’invito a operare «alla luce», anche a chi finora ha operato nelle tenebre; e a tutti è rivolto l’invito a cercare la verità, a partire proprio dalle nostre azioni, ponendole alla luce perché possano rivelare la propria natura di bene o di male.

Ultima riflessione è proprio su questo binomio «luce-verità», molto caro al linguaggio giovanneo, che ci invita a riflettere sulla «verità» come un bene che non solo è importante e fondamentale, ma così necessario quanto lo è la luce perché possa continuare a esserci vita. Non solo perché, se ricordiamo l’inizio di Genesi 1, tutto parte proprio dalla luce – «Dio disse sia la luce e la luce fu» –, ma anche perché la luce è ciò che ci permette di vedere, di distinguere, di separare, di discernere e, come dice il Vangelo, di «confutare», mettere alla prova e giungere alla verità. Non a una «propria» verità, ma a una verità «manifesta», visibile per tutti. 

Non possiamo, a questo punto, non ricordarci di un altro passo, sempre del Vangelo di Giovanni, in cui Pilato pone a Gesù quella che potrebbe essere la domanda che forse anche il lettore di questo testo si sta ponendo: «Che cosa è la verità?» (Gv 18,38).

Nel Vangelo Gesù non risponde a Pilato ma, appena prima nel colloquio con lui, parla di «parresia», del fatto cioè che ha parlato al mondo «apertamente» e non ha mai detto nulla di nascosto. La verità non è un concetto, una definizione, un dogma, ma è fondamentalmente «parola», relazione e questa relazione espressa nel suo massimo grado, ovvero nell’amore.

Le opere buone, il camminare verso la luce, sono possibili solo se quanto si fa o si decide di fare supera la prova dell’amore, rende ragione all’amore e lo manifesta. E questo percorso è aperto a tutti gli uomini e le donne di «buona volontà».

Ester Abbattista

Biblista

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