Etica teologica: la scienza del distinguere

L’etica teologica tratta molte idee diverse, ciascuna delle quali facilmente si può unire alle altre in una dinamica ora di fusione, ora di con-fusione, ora di giustapposizione, ora di fagocitamento, ora di appiattimento.

Il compito arduo contro questa tendenza, ora latente ora manifesta, è sempre e solo uno: praticare la scienza della distinzione.

Ogni singola dinamica discorsiva è simile all’approccio che si ha quando si decide di sapere che cos’è un corpo (umano o sociale): si può essere attratti da una singola parte o da un singolo elemento, oppure si può guardare all’insieme non parlando più di singoli organi o parti, pur sapendo che non c’è unità funzionale senza le singole parti e che queste acquistano un’altra valenza senza il riferimento al tutto.

Quando si smette di sapere ciò, si smette di praticare la scienza della distinzione, con la conseguenza che non è difficile parlare di tutto fuorché di ciò di cui si pensa di parlare.

Se questo corpo si chiama «etica teologica», va prestata la massima attenzione per evitare derive che tendono a depauperarla, o meglio a confonderla con altre discipline, sebbene queste possano e debbano entrare con essa in un dialogo fecondo. 

 

La madre di tutte le distinzioni

La prima grande distinzione che va fatta è la seguente: tra le molte idee di cui l’etica teologica si occupa alcune sono «morali» e altre «non morali».

Una distinzione questa che sembra ovvia, visto che la teologia di cui trattiamo è quella che si occupa del «morale», tuttavia non sempre rigorosamente rispettata, nel momento in cui per «morale» s’intende un caleidoscopio di elementi.

Che cosa fa di un’idea un’idea morale, e che cosa la distingue da tante altre idee che non sono strettamente morali ma solo a essa afferenti?

Non è nostra intenzione rispondere con una o più risposte, piuttosto preferiamo offrire degli stimoli per cercare la risposta, e lo facciamo con quelle che secondo noi sono le domande a cui l’etica teologica deve rispondere, così da tracciare o far emergere alcuni argini e denunciare alcune derive.

 

Una mappa di domande

  • Come viene vissuto il morale da parte del credente? L’impegno a rispondere a questo primo interrogativo inquadra l’etica teologica come quella riflessione che mette a tema il suo primo compito: offrire una riflessione critica sul quel tipo di convinzione di fatto esistente e vissuta da parte dei credenti nella quale fede e morale si identificano.

    La fede esige la morale: chi può negarlo? La morale non può esistere senza la fede: chi può affermarlo senza affrontarne le conseguenze? Ci sarebbero delle conseguenze? Di che tipo? Quali i problemi che l’etica teologica dovrebbe affrontare e risolvere in dialogo con altre discipline? Una grande opportunità che i teologi hanno di approfondire la natura dell’etica cristiana! E cominciare a riflettere sulla distinzione tra ciò che è morale e ciò che non lo è!

  • Può un’azione essere giusta e ingiusta nello stesso momento e in momenti diversi? Questo secondo interrogativo si «im-pone» perché le risposte alle sotto-domande del primo interrogativo lasciano un bel po’ di cose in sospeso. Se la risposta fosse netta, univoca e granitica nella direzione di una morale esibita dalla fede, intesa quest’ultima come unica fucina della prima, ecco che l’etica teologica dovrebbe subito andare al centro nevralgico della sua stessa significatività e credibilità epistemiche: quanti vantaggi si hanno nel sostenere che un’azione è giusta o ingiusta nel senso che è permessa o vietata da Dio?

    Anche coloro che accettano tale posizione, non potrebbero esimersi dal rispondere a questa altra domanda: se un’azione è giusta o ingiusta allo stesso momento o in momenti diversi non equivale ad affermare che il «morale» non è diverso da un desiderio o pensiero o volontà o sentimento che, poiché dipende da un atteggiamento mentale, non può che sortire questa contemporaneità di opinioni diverse?

    Questa domanda ci conduce proprio lì dove abbiamo detto sia necessaria quella distinzione tra le idee morali e quelle che non lo sono: i predicati «giusto» e «ingiusto» dicono qualcosa di diverso dal semplice fatto che qualcuno possa provare un particolare desiderio o sentimento o esprimere un pensiero oppure intimare una volontà (nel caso di un dio)?

  • Il concetto di morale come «obbligo» apre un orizzonte di senso ultimo teologicamente significativo? Questo interrogativo segue (o viene avviato a seconda della prospettiva da cui si parte) da quel «qualcosa di diverso» di cui i predicati «giusto» e «ingiusto» sono gravidi.

    Siamo nel cuore dell’esistenza di una «caratteristica» che appartiene sempre alle azioni giuste e mai a quelle ingiuste (o sempre alle azioni ingiuste e mai a quelle giuste), che è il punto di vista della morale, ovvero quella dimensione valutativa che trova nel teismo un alleato vantaggioso.

    La negazione di questo punto di vista, che in Dio trova il suo fondamento ultimo, implica l’inconoscibilità delle stesse verità di fede (mistero della creazione e della redenzione). Ciò costituisce un problema che l’etica teologica dovrà affrontare se non vuole far implodere il fondamento ontologico della morale che si accorda con la fede se è vero che non può prescindere in quanto teologia del morale dalla fede in Dio come sommo Bene.

 

Per un identikit etico-teologico

Dei tre interrogativi che qui si è scelto di mettere in evidenza, il secondo, relativo all’idea centrale di obbligo morale quale idea che per eccellenza l’etica teologica non può rinunciare a indagare (l’idea morale che si distingue per la sua peculiare caratteristica da tutto ciò che non è morale), si colloca nel cuore di tutto il discorso etico-teologico.

Senza di esso non si imbocca la strada dell’etica e si continua a sostare molto di più sulle idee non-morali piuttosto che sulle idee morali.

E la deriva consiste nel mettere in discussione la stessa identità dell’etica teologica, stritolata tra la teologia dogmatica e l’antropologia teologica (che non si costituiscono di idee morali).

Imbrigliata in un’impasse antropologica, da una parte, e teologico-spirituale, dall’altra, non si capisce più che cosa l’etica teologica di suo dovrebbe offrire.

I tre interrogativi a nostro parere potrebbero aiutare a percepire il problema, che è quello di non abbassare mai la guardia nell’indagare la distinzione tra idee morali e non morali, e indicare, al contempo, la strada per risolverlo.

Non basta rivendicare il primato della coscienza moltiplicando i significati del «morale» con idee non morali (antropologia della libertà, coscienza affettata da esperienze primarie, disposizione di sé, relazionalità con l’altro ecc.), ma è necessario chiedersi: posto che si rinomini il «morale» per non essere tacciati di intellettualismo, biologico, oggettivismo, essenzialismo, è detto che si imbocchi in automatico la strada sempre giusta ovvero si riesca a identificare l’idea morale dentro la quale ci si vuole collocare per discutere veramente?

Si tiene in debito conto la possibilità di «sbagliare» anche laddove si operi un superamento di tutti gli -ismi tramite il riferimento all’esperienza biografica?

 

 

da Blog Moralia

Pietro Cognato

Teologo

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