Il 4 febbraio scorso è morto a Firenze, all’età di 84 anni, Antonio Paolucci, «uno dei principali protagonisti della cultura italiana degli ultimi sessant’anni». A un mese di distanza lo commemoriamo con le parole del nostro direttore Gianfranco Brunelli, pubblicate sul Regno – Attualità n. 4.
Tra la storia e la trascendenza
La morte dell’altro, anche quella preannunciata, ci coglie sempre impreparati, muti, sgomenti. La morte di un amico, di un famigliare diviene lo spazio e il tempo del nostro vivere e del nostro morire.
Del resto pensare è pensare la morte. La morte è la categoria più importante dell’esistenza. Se una persona ha imparato a pensare non può che pensare alla propria morte. Alla finitudine.
C’è un qui e ora materiale, e c’è un qui e ora dello spirito: questa è la dimensione della storia reale; ma c’è anche un non-ancora materiale e un non-ancora dello spirito: ed è la dimensione della storia possibile.
È in questo intreccio – l’inerenza del mistero cristiano – che si gioca la relazione profonda, tra il cielo e la terra, tra la storia e la trascendenza. L’arte nella sua rappresentazione, nella concettualizzazione della bellezza è al centro di quell’incontro tensionale. Per Dante l’arte è sorella della teologia.
La parola descrittiva e interpretativa
La morte di Antonio Paolucci è anzitutto la morte di un amico, accanto alla morte di uno dei principali protagonisti della cultura italiana degli ultimi sessant’anni. Studioso acutissimo – l’ultimo allievo di Roberto Longhi – di storia dell’arte, sovrintendente nelle sedi più prestigiose, ministro, commissario straordinario ad Assisi dopo il terremoto, direttore dei Musei vaticani, Antonio Paolucci è stato un uomo della parola descrittiva e interpretativa.
Tutta la sua vita è stata improntata, attraverso la conoscenza dell’arte, la contemplazione e l’affermazione della bellezza formale, a quella relazione tra storia e trascendenza. Tra responsabilità e ispirazione. Senza sconti per nessuna delle due dimensioni, negli anni dei molti incarichi pubblici e in quelli del ritiro da tutto, nel tempo precario della malattia.
Contemplando un naufragio
Cercare il divino, un varco di salvezza, nella bellezza, nella contemplazione, nella ricerca umana della perfezione, tipica della vertigine rinascimentale, classica e cristiana, laica e fedele, e quell’incagliarsi, quell’inciampare nell’idea della sua umana impossibilità, della sua inafferrabilità.
Torna alla mente la vicenda di Michelangelo, dell’ultimo Michelangelo, quel naufragio del Rinascimento da Antonio Paolucci contemplato ancora nel tempo del suo incarico vaticano, quando seguì i lavori di restauro della Cappella Paolina.
La crisi di una storia non è solo un episodio nel continuum delle cose, è la crisi di una possibilità dell’umano. Le forme rappresentative hanno un significato esistenziale e spirituale che attraversa ed è attraversato dalla storia. Le forme del tempo si fissano nell’eterno.
La speranza e la resa
Così la nostra vita. Quello che abbiamo fatto e non fatto: le nostre speranze.
«Né pinger, né scolpir fie più che quieti l’anima, volta a quell’amor divino c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia» (Michelangelo Buonarroti, Rime 285, 1554).
La ricerca della bellezza di Dio nell’umano, nella perfezione della sua immagine, si fa scavata fino all’essenziale e si arresta nell’incompiutezza.
Quello che manca trova altrove il suo compimento e il suo autore.
Questa è la nostra speranza e al tempo stesso la nostra resa. Il nostro affidamento.
Gianfranco Brunelli
Direttore de “Il Regno”
