Una teologia radicata nella storia

Sulla linea dell’itinerario aperto dai miei interventi precedenti, vorrei continuare a offrire spunti di riflessione in risposta all’invito del Sinodo ad alimentare una riflessione teologica che riesca a porsi come un fermento non retorico al servizio del popolo di Dio. 

 

La pratica della teologia

Sarebbe importante da parte degli «addetti ai lavori» riuscire a focalizzare una visione condivisa della «pratica» della teologia, nella fattispecie di quella morale, a partire dalla considerazione del compito proprio della teologia: esibire criticamente le ragioni della fede.

Ciò è particolarmente rilevante nel caso della teologia morale, che per identità propria si muove nell’ethos vitale, cercando risposte all’appello del senso dell’intero, del bene e del male che abita le profondità umane, aprendosi al mistero dell’altro e di Dio.

Questo mostra il carattere costitutivo della dimensione antropologica, dello sviluppo del pensiero e dei suoi diversi codici come condizione imprescindibile per qualunque riflessione teologica e morale che voglia porsi come critica e non retorica.

 

La storia/vita

In altri termini, particolarmente in teologia morale, deve poter essere visibile il guadagno teorico (visione/conoscenza, non astrazione formale) dei contenuti che vengono proposti e tali contenuti non possono non attingere un livello esistenziale che alimenta le modalità del vivere e dello stare al mondo propriamente umani (relazioni, affetti, visioni del mondo, crescita, emozioni, età della vita): «Noi facciamo la storia e noi facciamo storia perché siamo storici» (P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio).

In questa dinamica lo spessore storico affonda le sue radici nelle caratteristiche peculiari del sapere della fede, senza trasformarsi in un momento preliminare a quest’ultimo o in una serialità strumentale che vuole distanziarsi dall’esperienza, ma diviene l’espressione intrinseca di una teoria dell’agire. 

 

La Rivelazione

La radice di tutto ciò non proviene da una scelta eclettica di una scuola di pensiero o di gusto personale ma è visibile in filigrana, operate le debite distinzioni, nella vicenda del processo di comprensione della stessa rivelazione dal concilio Vaticano I al concilio Vaticano II.

Da una concezione, propria del Vaticano I, atematica e compresa previamente in una visione soprannaturalistica, opposta alla ragione «naturale», si passa a una tematizzazione della nozione di rivelazione, intesa come oeconomia, gestis verbisque intrinsece inter se connexis e che si compie in Gesù Cristo mediator simul et plenitudo totius revelationis (cf Dei Verbum, 2).

Ciò non poteva non esercitare un influsso nella comprensione e dello sviluppo della teologia morale (Optatam totius, n. 16), che è stato anche alimentato da una vicenda culturale contestuale che ha messo al centro il carattere intrinsecamente storico dell’esistente umano, chiedendo così un cambiamento di prospettiva della comprensione dell’antropologia, non più precompresa come essenza, ma «distesa» come una storia (J. Ratzinger, Storia e dogma).

Mi sembra quindi giustificato l’invito agli «addetti ai lavori» a non dedicarsi all’alimentazione di una riflessione teologico-morale retorica e formale: «In questo modo la teologia rinuncia a svolgere quel ruolo di mediazione tra la fede e la cultura che è costitutivo della sua vocazione. Mediazione che, per l’appunto, si realizza nel propiziare un’intelligenza della fede, ovvero un’argomentazione pacata e dialogante delle ragioni che la fede propone a ogni persona di buona volontà» (M. Reichlin).

È sotto gli occhi di tutti infatti come i contenuti della fede in questo nostro spazio-tempo occidentale difficilmente si trasformano in principi di vita.

Ecco che anche la teologia morale può divenire un fermento prezioso che «rende ragione» in particolare per la comprensione dei codici culturali diffusi, che rischiano di non dire più nulla in risposta alle grandi domande di senso che attraversano il nostro tempo: «Pensare è gesto che non sopporta l’infedeltà alla storia, né il misconoscimento delle modalità con cui questa s’imprime nella carne di ogni singolarità, e pretende che si faccia altrettanto, anche quando c’è di mezzo Dio» (L. Vantini).

 

 

da Blog Moralia

Luca Novara

Teologo

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