La testimonianza del gesuita Gian Giacomo Rotelli che, attraverso l’esperienza del fratello Franco, tra i collaboratori più stretti di Basaglia e suo successore alla direzione dell’ospedale di Trieste, ricorda l’insegnamento così «evangelico» di un approccio che ha rinnovato la disciplina psichiatrica in Italia.

Tre fratelli

«In casa nostra siamo cresciuti con una sensibilità che definirei conciliare, ereditata da mio padre che aveva militato nella Resistenza, maturando un senso di appartenenza alla Chiesa molto accentuato. Un’attitudine che fu declinata in ambiti diversi da noi tre fratelli: Carlo, morto molti anni fa, una vita spesa per l’impegno in politica e l’insegnamento; Franco, folgorato dalla psichiatria, e io nella Compagnia di Gesù». Così p. Gian Giacomo Rotelli, segretario del superiore generale dei gesuiti, racconta le origini familiari di uno stile, fatto di inclusione e rispetto dei diritti di ogni essere umano, che trovò terreno fertile per quella che sarebbe stata l’avventura basagliana intrapresa da Franco. 

 

Rompere le catene

Franco era entrato in contatto da giovanissimo con l’intuito di Basaglia, quando questi era diventato direttore dell’ospedale psichiatrico di Colorno, a Parma, a soli venti chilometri da Casalmaggiore, il paese natale dei Rotelli. «Quando Basaglia andò a Trieste, mio fratello andò con lui. Questa passione per l’uomo era qualcosa che vivevamo in casa e che mio fratello ha percepito essere la linea fondante della prospettiva di Basaglia». Si sarebbe rivelato un impegno totalizzante a servizio della dignità dell’uomo, in particolare di quella degli ultimi. «Quando in Isaia si dice di rompere le catene, ecco, Basaglia ha proprio rotto le catene. Hanno rotto un pezzo di muro del manicomio di Trieste per far uscire il cavallo azzurro e poi sono usciti tutti (tutti i reclusi nella struttura, ndr). Basaglia si rivolgeva a chi è emarginato». 

 

La relazione, via di riabilitazione dell’uomo

Non i farmaci ma la relazione, era questa la lezione di Basaglia. «Ricordo che una delle cose che mi diceva mio fratello era: a me non servono grandi psichiatri, mi servono degli uomini che abbiamo la capacità di far venir fuori la profondità dell’altro, per quanto nascosta, coperta da traumi». Padre Gian Giacomo ricorda che in occasione della morte di Franco, il 16 marzo dell’anno scorso, un signore nel bar fuori dall’ospedale parlava del compianto Rotelli. Diceva di essere uno di quelli finiti dentro al manicomio perché ogni tanto perdeva la testa e sfasciava tutto, e che una volta era stato sorpreso con mezza sedia in mano, tutti attorno terrorizzati. Comparve uno di media altezza, si avvicinava tranquillo. Scoprì che era il direttore, fu invitato a parlare un’ora con lui. Dopo il colloquio il medico fece mettere un letto nel suo studio e gli disse di dormire là. Dormì lì per una settimana, alla fine della quale fu lasciato libero di andare. «Quel signore era stato riabilitato – sottolinea il gesuita – con un contatto personale che aveva fatto emergere l’uomo. Gesù faceva così».

 

Gesù guariva liberando le persone

Lo stile di Rotelli non era altro che quello dei rapporti umani con i malati. «Una volta – racconta ancora il religioso – Franco accompagnò tre o quattro ospiti dell’ospedale in vacanza a casa dei miei a Forte dei Marmi, non dicendolo a mia madre sennò si sarebbe arrabbiata. Offriva loro normalità. C’era la passione, non era solo un mestiere il loro, ci hanno giocato la vita. Si portavano i matti in casa; questo non è facile – osserva – e non lo si può chiedere a tutti, oggi. È pur vero, però, che l’implementazione completa della legge Basaglia è solo una questione di buona volontà, in fondo. Le cose, basta volerle fare. Di fatto, si tratta di cittadini a pieno titolo come gli altri». Al centro c’è, in sostanza, la necessità di stabilire relazioni che facciano crescere, che liberino. Con la precisazione che «non c’è da illudersi di nulla, non c’è da essere buonisti. Tuttavia, la libertà guarisce. Il lebbroso Gesù poteva guarirlo da lontano, invece non è stato così, ci voleva il tocco». 

 

L’amore evangelico nell’opera di Basaglia

La pandemia ha acuito alcuni disturbi mentali, soprattutto il disagio giovanile. Eppure ci si augurava che saremmo diventati «migliori». «Non mi aspettavo grandi cambiamenti e infatti secondo me non è cambiato granché», spiega p. Rotelli, per il quale è la società a non favorire spazi e tempo per relazioni, disponibilità, interesse, buona volontà. «Ogni relazione sta diventando difficile: nella coppia, con i figli, a scuola e l’aggressività ci caratterizza sempre di più. La pazienza sta diventando una merce sempre più difficile da trovare sul mercato». Recuperare l’apertura agli altri, oltre ogni tentazione di ripiegamento egoistico su sé stessi. Recuperare l’amore: «Il termine amore forse non viene fuori tante volte né dagli scritti di Basaglia né da quelli di mio fratello, ma credo che sotto ci sia proprio l’amore di cui parla il Vangelo».

Antonella Palermo

Giornalista

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