Questa guerra sembra un Venerdì Santo che non finisce più

Venerdì Santo – Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme – Podcast “Lettere da Gerusalemme. Meditazioni sul triduo in tempo di guerra” di Vatican News 

Oggi è il giorno più tragico della storia. Il Figlio di Dio, il solo giusto, il Verbo della Vita, l’amico degli uomini che è passato «beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38), proprio Lui viene giudicato, condannato, umiliato, flagellato e infine ucciso su una croce. Oggi è il giorno in cui il paradosso della fede cristiana si manifesta con più chiarezza. Il giusto muore per gli ingiusti, il santo per i peccatori. Oggi è il giorno del dolore infinito.

Ieri sera ci siamo congedati da Gesù dopo il tradimento e la cattura nell’orto del Getsemani. È stato trascinato davanti alle autorità religiose per un giudizio sommario. Ha trascorso le ore più buie della notte in un carcere. Al canto del gallo, quando ancora l’aurora è acerba, viene condotto davanti al procuratore romano, Ponzio Pilato, che nei giorni della Pasqua ebraica viene a Gerusalemme per controllare che le feste si svolgano nel rispetto dell’ordine pubblico. Pilato viene svegliato dal trambusto. Lo buttano giù dal letto, ma per lui è solo una seccatura, non una tragedia. Gli portano un uomo a lui del tutto sconosciuto, chiedendogli di ratificare la sua condanna a morte.

Pilato, avendo appreso che Gesù è un galileo, cerca di scaricare la responsabilità sul tetrarca Erode Antipa, che ha la giurisdizione sulla Galilea e che, anche lui, è venuto a Gerusalemme per la Pasqua. Ma Erode non vuole saperne, e lo rimanda a Pilato. Sono ormai le 7 o le 7.30 del mattino. Pilato cerca di salvare Gesù: non ha motivi per farlo uccidere, i Vangeli ci dicono che «voleva liberarlo» (cfr Lc 23,20). Pilato quindi non era crudele: era solo egoista e piccino. Infatti, quando la folla urla: «se difendi quest’uomo che si è dichiarato re, ti fai nemico di Cesare…» (cfr Gv 19,12), a quel punto preferisce salvare se stesso, e non Gesù, del quale non gli importa granché. In fondo, non è necessario esser davvero crudeli per compiere il male: basta essere mediocri, egoisti e paurosi.

Inizia così la Via crucis di Gesù. Quattordici tappe, a distanza di una ventina di metri l’una dall’altra, che la tradizione cristiana ha voluto identificate nel breve tragitto tra la fortezza Antonia, dove probabilmente Gesù è stato condannato, e la collina del Golgota, appena fuori l’antica cinta muraria, dove i romani eseguivano le sentenze capitali. La Via crucis del Venerdì santo sarà un momento intenso e delicato della preghiera cristiana a Gerusalemme, specialmente quest’anno in cui la processione cristiana, che si sposta da est a ovest, si dovrà incrociare con i fedeli islamici che affluiscono verso la moschea Al-Aqsa, come ogni venerdì di Ramadan.

La liturgia della passione, poi, ambientata sul Golgota, è tra le più intense e suggestive. Quest’anno la Basilica del Santo Sepolcro non sarà molto affollata, per la mancanza dei pellegrini. Ma idealmente, tutto il mondo oggi è qui, ai piedi del Calvario. Gesù rimane sul patibolo circa sei ore: dalle nove del mattino, quando lo crocifissero, fino alle tre del pomeriggio, quando rese lo spirito. La morte del Figlio di Dio sembra la più grande sconfitta. Ma i Vangeli – soprattutto quello di Giovanni, che oggi viene proclamato – ci spiegano che non è così: al contrario, la Croce manifesta perfettamente la gloria di Dio. Gesù accetta di morire perché sa che la sua vita è avvolta dall’amore del Padre, anche nel dolore e nella morte. Chi non riconosce o non sente questo amore avvolgente, è costretto a difendersi, a mettere al primo posto se stesso. La folla e i soldati danno voce alla tentazione: «salva te stesso, se sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!» (Mt 27,40). Del resto, è quello che ha fatto Pilato. Sì, posso anche provare a essere buono, ma a tutto c’è un limite: se questo amore mi costa troppo, allora “no, grazie”. E così l’uomo rimane schiavo del peccato e dell’egoismo. Uno dei ladroni gli suggerisce più sottilmente: «salva te stesso… e anche noi!» (Lc 23,39). Gesù invece ci mostra la piena libertà proprio rinunciando a salvarsi e accettando la morte. Ha scelto non di salvare se stesso, ma di donare se stesso, per salvare noi. Questo amore totale, ad ogni costo, esprime la sovrana libertà interiore di Gesù. La sua obbedienza perfetta al Padre rende visibile che ormai “Dio regna”. Regnavit a ligno Deus: sul trono della croce il regno di Dio – annunciato da Gesù con le parole e testimoniato dai miracoli – sul trono della croce il regno di Dio si manifesta pienamente.

Dopo la lettura della passione, la liturgia prosegue con una grande preghiera di intercessione. Il libro dell’Esodo (Es 17,11ss) racconta che Aronne e Cur tenevano sollevate le mani di Mosè, perché la sua preghiera era necessaria per ottenere la vittoria sui nemici. Le mani di Gesù, inchiodate alla croce, intercedono per l’umanità fino alla fine dei tempi e sono il segno della potenza della preghiera. Dal cuore di Cristo, che sta per essere squarciato dalla lancia del centurione, si innalza una preghiera di perdono, per la salvezza di tutti. Anche noi entriamo in quella preghiera, la facciamo nostra, intercediamo per il mondo intero. Potenza del sacrificio, potenza del perdono, potenza della preghiera.

Non posso non pensare, in queste ore, ai cristiani di Gaza. Domenica scorsa hanno celebrato la liturgia delle palme come hanno potuto, tra mille difficoltà. Ma in loro vedo celebrare la vittoria di Cristo, vedo il trionfo della croce. Scegliendo risolutamente di non covare vendetta, di non alimentare la spirale dell’odio, soffrendo con dignità e con amore, insegnano anche a me – anche a noi – che possiamo rendere visibile nel mondo l’amore che perdona, l’amore che viene da Dio. Anche noi possiamo mostrare con i fatti che il diavolo – colui che mediante la paura della morte teneva l’umanità intera sotto scacco (cfr Eb 2,14-15) – non ha più potere su di noi. Siamo liberi, liberi dall’odio e dal rancore, liberi di amare fino alla fine, fino a dare la vita, se necessario. Abbiamo un Padre nei cieli, che pensa a noi. Non abbiamo più bisogno di essere egoisti, di mettere al primo posto noi stessi. Nella croce di Cristo troviamo la vera libertà. Per questo la baciamo e la veneriamo. Non è masochismo, perché non adoriamo il dolore. Al contrario: adoriamo il Crocifisso, che ci insegna ad amare sempre, anche quando fa male, anche quando costa la vita. Vivere la croce con amore è il segno che il peccato non domina più i nostri cuori, che il Regno di Dio è qui, in mezzo a noi.

Questa guerra sembra un Venerdì Santo che non finisce più. Preghiamo perché la fede ci insegni che siamo liberi, «liberi davvero» (Gv 8,36). Liberati dall’amore di Cristo, che si spinge fino a dare la vita. È Venerdì Santo: l’ora del dolore e della morte; ma anche l’ora dell’amore e della vittoria sul male. Sì, Gesù ha vinto, e noi con lui. Non ha vinto una guerra umana, ma la grande guerra contro il male. La nostra fede nell’amore di Dio è la vittoria che vince il mondo (cfr 1Gv 5,4).

don Filippo Morlacchi

Gerusalemme

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