Il Sabato santo è il giorno del grande silenzio

Sabato Santo – Meditazione di don Filippo Morlacchi, sacerdote della Diocesi di Roma, fidei donum a Gerusalemme – Podcast “Lettere da Gerusalemme. Meditazioni sul triduo in tempo di guerra” di Vatican News 

Ieri, Venerdì Santo, era l’ora del dolore. Oggi è l’ora del silenzio. Gesù ha combattuto la buona battaglia, è morto ed è stato sepolto. Il tempo che intercorre tra la morte di Gesù e la scoperta della tomba vuota è il tempo del grande silenzio. La Chiesa non celebra grandi liturgie: prega solo con i salmi, nella liturgia delle ore, per scandire il tempo della morte di Gesù.

Il Sabato Santo è molto importante, per la fede cristiana, tanto che nella professione di fede di Roma – il Simbolo degli apostoli – si dice chiaramente non solo che «morì», ma anche che «fu sepolto» e «discese agli inferi». Il primo significato di questo articolo di fede è elementare: Gesù è morto per davvero. È proprio morto. Non come nei film di avventura, dove il protagonista sta sempre lì lì per morire, ma all’ultimo secondo arriva il deus ex machina di turno, e lo salva. Gli eroi non possono morire; ma Gesù è il figlio dell’uomo, e come tutti noi muore. “Gusta la morte”, come dice la lingua ebraica. Non fa finta di assaggiarla: ne gusta il sapore amaro fino in fondo. Spesso anche noi, quando ci troviamo nella prova, vorremmo che Dio intervenisse. Se siamo persone spirituali accettiamo anche un po’ di sofferenza, ma… vorremmo essere noi a stabilirne la misura. Un po’, va bene, ma senza esagerare. E invece no: Gesù muore, fino in fondo. Il suo corpo, trafitto dalla lancia per assicurarsi che non si trattasse di morte apparente, viene seppellito. E lui discende agli inferi. Anche noi, se vogliamo conoscere la vera Pasqua dobbiamo accettare di perdere la vita fino in fondo. San Giovanni della Croce lo spiega con un esempio illuminante. Un uccellino legato non può volare: non importa se sia legato da un sottile filo di seta o da una robusta corda (cfr Salita del Monte Carmelo, I,11,4). Così noi: non dobbiamo rimanere legati al vecchio, alla vita di prima, neanche con un filo di ragnatela. La Pasqua richiede una vera morte, una vera perdita, un vero distacco. Gesù non muore per finta. E anche noi, se vogliamo imitarlo, dobbiamo accettare che qualcosa in noi muoia davvero. Che qualcosa sia irrimediabilmente perduto. Solo così può manifestarsi la sorprendente fedeltà di Dio. L’uomo nuovo, figlio della risurrezione, non è fatto con i restauri dell’uomo vecchio: il vecchio deve morire, affinché il nuovo possa nascere. Gesù morì, fu sepolto e discese agli inferi.

Ma il senso della discesa agli inferi, secondo l’antica tradizione, è molto ricco. Gesù non è andato nell’inferno – cioè il luogo della dannazione eterna – ma è sceso nello sheol, il luogo oscuro dove le anime attendevano la redenzione. Gesù è sceso nel profondo degli inferi per risollevare tutti con sé. Non vuole lasciare indietro nessuno. “Non uno di meno”, come adesso spesso si dice. Vuole salvare e recuperare tutti. Lo fa con un gesto imperioso e possente. Nelle icone orientali della discesa agli inferi – che raffigura sostanzialmente la risurrezione – si vede Gesù, in bianche vesti, che spezza le porte degli inferi e libera tutti i prigionieri dello sheol. Prende con sé Adamo ed Eva – cioè tutta l’umanità – e li tira fuori. È bellissimo il gesto con cui nelle icone Gesù prende Adamo non per la mano, ma per il polso, come si fa con un bambino fiacco e recalcitrante. Adamo – cioè l’umanità in attesa della redenzione – non può fare nulla. È la grazia che lo salva. È l’iniziativa di Dio che ci previene e ci salva, sempre.

L’immagine di Gesù che scende agli inferi per liberare «quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte» (Lc 1,79), in questo tempo di guerra ci fa pensare a tutti i prigionieri che attendono la liberazione e la salvezza. Ci sentiamo solidali con le famiglie ebree, in ansia per il loro cari, nascosti nei tunnel oscuri del sottosuolo di Gaza. Preghiamo perché una tregua onesta consenta la loro liberazione, perché arrivi anche per loro un “redentore” che li riporti a casa. Ma in questo sabato santo di silenzio pensiamo anche alle tante, troppe vittime palestinesi sepolte sotto le macerie dei palazzi bombardati. Chissà quanti di loro, forse donne, o bambini innocenti, erano sopravvissuti al crollo, e hanno atteso qualcuno che venisse a salvarli, e non è venuto. E sono morti lì, seppelliti da quel che restava delle loro case. Altri, forse più fortunati – verrebbe da dire –, sono morti sul colpo. Ma tutti sono morti nel buio, schiacciati dal peso del peccato e della violenza.

Il Sabato santo per la Chiesa è il giorno del grande silenzio. È il tempo di un pianto silenzioso, il tempo della perdita, del distacco. Il tempo di un lutto che bisogna faticosamente elaborare, se si vuole accedere alla grazia del perdono e della rinascita. Gesù scendendo agli inferi ha voluto condividere fino in fondo il dolore, la perdita, il nulla che colpisce la nostra dolente umanità. È sceso nel profondo degli inferi affinché nessuna creatura umana si senta abbandonata da Dio. Perché nessuna solitudine sia lasciata muta. Perché solamente nell’abisso oscuro del sabato santo può germogliare la novità della risurrezione.

La risurrezione si diffonde in tutto il mondo «cominciando da Gerusalemme» (Lc 24,47), che è l’“ombelico della terra” (cfr Ez 38,12). Una curiosa circostanza lo rende vero anche di fatto. Mentre tutto il mondo cristiano vive ancora il silenzio del Sabato Santo, al mattino del sabato – e non nella notte fra il sabato e la domenica – a Gerusalemme si celebra già la veglia pasquale. Era previsto così, infatti, dalla liturgia latina prima della riforma del Concilio Vaticano II, quando la messa si poteva celebrare solo al mattino. Le ragioni dello status quo, introdotto nei luoghi santi dalle autorità ottomane nel 1852, hanno reso impossibile modificare gli orari delle liturgie, e introdurre la celebrazione della veglia pasquale nella notte del sabato. Ma questa curiosa imposizione ha fatto sì che ogni anno l’alleluia pasquale risuoni nel mondo a partire da Gerusalemme. Prima cioè che la veglia sia celebrata in Nuova Zelanda, luogo che – in virtù del fuso orario – dovrebbe il primo a veder sorgere l’alba della domenica! E in fondo è giusto così. Perché davvero tutto ha avuto inizio da Gerusalemme.

don Filippo Morlacchi

Gerusalemme

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