«Noi vorremmo schierarci per la pace, ma che cosa vuol dire schierarsi per la pace?». Con questa domanda molto esigente il preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, don Massimo Epis, nel pomeriggio del 21 febbraio ha aperto l’intervista al card. Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, in visita presso la Facoltà, in una sala convegni traboccante di persone interessate a conoscere la situazione attuale in Terra santa.

 

Ciascuno si sente la sola vittima

Con molta franchezza il card. Pizzaballa ha evidenziato come l’estrema polarizzazione, da sempre presente in Terra santa, abbia raggiunto vertici di massima intensità. «In questo momento ciascuno si sente vittima, la sola vittima. Questo comporta una sorta di schieramento, di empatia assoluta nei suoi confronti, per cui se tu provi a esprimere empatia anche nei confronti dell’altro, è come se gli togliessi qualcosa che spetterebbe solo a lui».

 

Non cedere a narrative esclusive

L’esortazione rivolta al pubblico presente da parte del card. Pizzaballa chiede però di non commettere lo stesso errore. «Non è questo tipo di empatia ciò di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno invece che la comunità internazionale ci aiuti ad aprire orizzonti, non a chiuderli. Schierarsi per la pace significa non cedere alla richiesta di entrare dentro queste narrative esclusive, l’uno nei confronti dell’altro, ma avere il coraggio di resistere a queste situazioni anche al costo della solitudine e dell’incomprensione».

In questo senso, possono essere interpretate le parole di papa Francesco sulla necessità di essere «equivicini» e non «equidistanti», alla luce di una prospettiva profetica. «Il profeta – ricorda il card. Pizzaballa – è qualcuno che apre orizzonti, da un lato dà fastidio, dall’altro lato parla a nome di Dio, ma non totalmente perché è parte del suo popolo. È un po’ sospeso a metà: è qualcuno che sa comunicare e però è anche libero; è qualcuno che sa aprire spazi e però è anche solidale».

 

Dialogano le persone

Ricordando Il documento sulla fratellanza umana sottoscritto ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019, da papa Francesco e dall’imam di al-Azhar Ahmad al Tayyib, il preside della FTIS si interroga sulle possibilità di dialogo nella situazione odierna. 

«Io direi – replica il card. Pizzaballa – che il dialogo è necessario. Le religioni non possono dialogare, le persone dialogano, le esperienze si devono incontrare», e prosegue poco oltre, ribadendo che «il dialogo deve partire innanzitutto dalle esperienze comuni, dalle cose semplici della vita di ogni giorno e poi poco alla volta crescere. Bisogna creare queste occasioni di fiducia reciproche».

 

I cristiani, ago della bilancia

In Terra santa i cristiani potrebbero essere l’ago della bilancia, infatti proprio perché sono in minoranza e non hanno alcun potere, sono più liberi. Libertà e coraggio che valgono anche nel nostro contesto, anche se le condizioni sono molto diverse. «Ma anche qui si può fare» – ammonisce il card. Pizzaballa – «Pace e non violenza qui hanno anche un nome molto chiaro. «La pace – dice il Signore – non come la dà il mondo io la do»».  

Come il sostegno della parola di Dio, in questi mesi in particolare, sia stato fondamentale per il card. Pizzaballa emerge chiaramente quando il preside gli chiede di ricordare una pagina della Scrittura particolarmente cara.

Così risponde il biblista: «Tenere a mente che Gesù ha detto: “Io ho vinto il mondo” quando stava per andare sulla croce», e ancora, «gli ultimi due capitoli dell’Apocalisse che parlano della Gerusalemme che scende dal cielo. È una città, Gerusalemme, dove non c’è tempio, perché il tempio è l’Agnello, dove non c’è il sole, perché la luce viene dall’Agnello, dunque l’Agnello è la Pasqua».  

Uno sguardo trasfigurato dalla luce della Pasqua consente di capire che «non solo i cristiani, – così conclude il card. Pizzaballa – tutti, abbiamo bisogno di vicinanza, di empatia».

 

 

 

da Blog Moralia

Andreina Pelullo

Dottoranda Facoltà teologica Italia Settentrionale

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