I maggiori media di ispirazione cristiana, da «Avvenire» a «Famiglia cristiana», si sono posti sulla stessa linea, e con le loro firme più prestigiose, nel qualificare come «blasfemo» il nuovo spot delle patatine «Amica Chips», che circola dalla sera di domenica 7 aprile sulle reti televisive e sul web. 

Anche secondo me lo spot è blasfemo, in quanto, secondo le definizioni dei vocabolari, «contiene una bestemmia». Ritrae infatti una comunità religiosa femminile alla quale, a causa di una leggerezza (o di una deliberata scelta dissacrante: fate voi) di una consorella, viene impartita la comunione con una patata fritta anziché con una particola di pane azzimo. Nello spot il sacerdote non pronuncia le parole «il corpo di Cristo», ma per il credente quello è; e poco cambia se, come si può dedurre dalla scena, le patatine non sono state consacrate.

 

Donne e suore stereotipate

Si può provare ad aggiungere qualche osservazione a quelle, consuete, sulla strumentalizzazione del religioso a fini di marketing, che ha una lunga storia all’interno della comunicazione pubblicitaria ma che, a mia memoria, non aveva mai toccato tanto nel vivo la comunità credente: si tratta questa volta di un uso commerciale della liturgia, e nel suo momento più alto.

Ad esempio, mi viene da osservare che, con estrema naturalezza, lo spot utilizza un doppio stereotipo, ai danni delle donne e ai danni delle religiose, per ritrarre la suora che ha messo le patatine al posto delle particole: di età matura, grassoccia (vogliamo parlare di body-shaming?), golosa e, a quanto pare, non più capace di alcuna devozione. Non senza conseguenze sul messaggio relativo al prodotto in questione: qualcuno penserà che «anche se fa ingrassare, chi se ne importa», ma qualcun altro potrebbe dedurre che sarebbe meglio consumarlo con moderazione.

 

Tre versioni

Ma trovo ancor più interessante riflettere sulla strategia con la quale lo spot viene diffuso, anche alla luce di quanto dichiarato dall’agenzia produttrice Lorenzo Marini Group. La versione che ho descritto, e di cui abbiamo dato il link, è quella destinata a circolare online. In quella vista finora in tv (reti Mediaset e Cairo) si ode solo il «crock», il rumore della patatina sgranocchiata, ma non si capisce se esso proviene dalla suora che ha ricevuto la comunione o da quella golosa di patatine. A quanto riferisce Avvenire, in RAI passa una terza versione, dove è esplicito il fatto che la suora riceve una particola e non una patatina. 

 

Quale strategia

Si potrebbe pensare allora che l’agenzia che cura la diffusione dello spot abbia incrociato così bene i dati relativi alla secolarizzazione in Italia con quelli sul consumo digitale e televisivo da stabilire tre diversi livelli. C’è il pubblico delle reti RAI, rimasto «cattolico» dai tempi di Ettore Bernabei e del monopolio radiotelevisivo: guarda «Don Matteo» e «Che Dio ci aiuti» e rimane poco disposto ad accettare certe «trasgressioni». C’è il pubblico delle TV commerciali, Mediaset e affini: è più «laico» e, in fondo, un paio di bestemmie al «Grande fratello» le ha già digerite. E infine ci sono gli utenti dei social, probabilmente più giovani e certamente meno alfabetizzati sul piano religioso, ai quali, con la scusa del linguaggio, puoi rifilare di tutto. 

 

Il divino quotidiano?

Se però si tiene conto che le versioni televisive dello spot sono state modificate su richiesta delle rispettive reti destinate a diffonderlo, si può azzardare una spiegazione più semplice. Una campagna del genere è stata progettata per fare rumore – un tempo si sarebbe detto, con parola evangelica, «scandalo». A tal fine poco importa che lo spot televisivo sia poco o per nulla blasfemo rispetto a quello che si può vedere sul web. La polemica è divampata, e chiunque vedrà lo spot in TV correrà col pensiero a quell’altro, l’«originale». 

Infine, il claim che conclude lo spot recita: «Il divino quotidiano». Anche a me è capitato, e l’ho pure raccontato in pubblico, di trovare un cibo talmente buono da considerarlo una prova dell’esistenza di Dio. La lunga e indimenticata serie degli spot del paradiso Lavazza, in fondo, ci comunicava lo stesso messaggio. Ma la strada presa da questo spot mi pare vada nella direzione contraria. 

Mocellin

Guido Mocellin

Giornalista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap