Commento alle letture per la liturgia della III Domenica di Pasqua

At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

È questa la domanda che mi è sorta in mente leggendo la notizia, apparsa sul quotidiano Il Giornale del 5 aprile, di un imprenditore cinese che ha programmato una sua apparizione post mortem su di uno schermo. La particolarità è che non si tratta di una registrazione fatta in vita e programmata per essere trasmessa dopo la morte, ma di un «essere digitale» praticamente identico al defunto che è capace, grazie all’intelligenza artificiale che lo ha prodotto, di organizzare un discorso con riferimenti a fatti di attualità avvenuti successivamente alla data della morte. 

È questo l’ultimo ritrovato dell’intelligenza artificiale che presto diventerà un’applicazione scaricabile e alla portata di tutti, almeno così sembra.

Tralascio le considerazioni su quanto potrebbe essere devastante se una tale applicazione prendesse campo privando le persone dell’esperienza del lutto, del distacco, dell’assenza e su quanto tutto questo sia importante per la nostra dimensione umana: il discorso sarebbe molto più ampio.

Tornando alla domanda iniziale, sul tipo di «risorto» di cui abbiamo bisogno, lo sguardo si rivolge verso la pagina evangelica di questa domenica, dove Luca ci presenta un altro episodio in cui il Risorto si rende visibile ai suoi. Tale visibilità non è un’apparizione o, per dirla in linguaggio odierno e in linea con la notizia sopra citata, il frutto di un algoritmo o di un ologramma, ma la concreta presenza «in carne e ossa» di Gesù, che invita i presenti a riconoscerlo attraverso i segni impressi nel suo corpo dalla sua storia: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Il Risorto è il Gesù della storia, l’uomo conosciuto, con cui i discepoli hanno vissuto e che ora si presenta loro nella pienezza di vita, non solo «in carne e ossa» ma anche capace di mangiare con loro del pesce arrostito. Tutto questo è sconvolgente, è vero, ed è fuori dalla portata umana: neanche l’intelligenza artificiale potrà mai realizzare qualcosa di simile. Ma allo stesso tempo è proprio di questo che l’umanità ha bisogno: la pace e la gioia del Risorto! 

La risurrezione di Gesù è il segno tangibile della speranza che dà senso alla nostra esistenza, che rivoluziona il limite della nostra umanità al di là proprio delle capacità umane di eludere quel limite. Con la risurrezione infatti è il limite, nella sua estrema manifestazione, la morte, a venir meno, a scolorirsi, a perdere forza e capacità di incutere timore. 

L’essere umano non ha bisogno di «cloni» che gli sopravvivano dopo la morte, ha bisogno di comprendere che la propria vita, la propria storia, la propria corporeità relazionale, se consumata nell’amore, sarà per sempre.

La fede nel Risorto ci insegna a comprendere che ciascuno di noi non è chiamato a perdersi nel grande nulla o a diventare un elenco di istruzioni che un computer possa eseguire, persino con variabili auto-modificantisi, ma a diventare pienamente se stesso, nella propria unicità e irripetibilità. Un’unicità e irripetibilità che è data dalla nostra storia, dalle nostre relazioni con gli altri e con tutto ciò che ci sta intorno; una storia consumata in uno spazio e in un tempo limitati, ma che allo stesso tempo possono avere il sapore, ogni giorno, di eternità.

La lezione che il Risorto ci invita a comprendere è che il tempo che ci è dato a disposizione è per l’eternità, è per la pienezza, proprio perché saremo per sempre ciò che siamo stati nell’amore; il nostro corpo porterà i «segni» del nostro amore, così come «riconosceremo» coloro che abbiamo conosciuto nell’amore. 

L’annuncio di Pasqua, la pace e la gioia del Risorto, è proprio questa stravolgente e rivoluzionaria notizia: la morte non è l’ultima parola, è solo un «passaggio», è ciò che ci permette di essere vivi per sempre nella libertà dell’amore. E tutto questo apre a una pace e a una gioia profonda, non effimera o transitoria. Una pace perché non c’è guerra, violenza, morte, distruzione che possa avere l’ultima parola e una gioia perché tutto ciò che amiamo, tutti coloro che amiamo saranno con noi per sempre, riuniti intorno a quel banchetto preparato dall’Agnello: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» (Ap 19,9).

Ester Abbattista

Biblista

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