La danza divina della libertà, più forte di ogni notte

«Le sorgenti della sua gioia, secondo il Nuovo Testamento, il cristiano le trova sia nell’atto della creazione dell’universo sia in quello della risurrezione di Gesù. È lì che Dio si è dimostrato il migliore danzatore, anzi autore di danze che non appartengono ai comuni repertori dei nostri balli, come colui che sta al di là di ogni ritmo già classificato, quasi la personificazione del moto perpetuo, pur essendo paradossalmente sempre identico a sé stesso. La danza divina poi fluisce e si riflette sulla più concreta esistenza storica del cristiano. Questi allora è chiamato a conformarsi a quelle movenze festose, sapendo che Dio stesso in Cristo crocifisso-risorto danza con lui» (Romano Penna, Legge e libertà. L’originalità cristiana, UDUSC, Roma 2023, 109-110).

Questa considerazione, per certi versi sorprendente, è proposta dall’autorevole studioso di scienze bibliche Romano Penna in un saggio dal titolo Libertà e danza della vita. La sua lettura ha suscitato in me una duplice risonanza.

 

Una sorprendente libertà

La prima, forse più ovvia e guidata dalle stesse parole dell’esegeta, riguarda l’importanza di leggere l’evento pasquale, il suo rifluire da Gesù alla comunità dei discepoli per ridondare su tutta l’umanità, nella prospettiva di una sorprendente libertà, tanto da inscenare una danza il cui ritmo è fornito dalla continua creatività di Dio, più forte di ogni immobilismo presago di un destino privo di ogni speranza.

La seconda mi ha riportato alla forte impressione legata alla contemplazione protratta dell’opera di Matisse La danza I (1909) al Museum of Modern Art di New York nell’ormai lontano 1991. Si tratta della prima versione di quella definitiva, e più conosciuta, del 1910, attualmente ospitata all’Ermitage di San Pietroburgo. Confesso di privilegiare la prima realizzazione, che, per l’eccessiva liquidità del colore, sembra avere tutte le caratteristiche di una prova d’autore.

Purtroppo la «danza» di Matisse, come altre celebri opere di arte contemporanea, ha subito il destino di un’appropriazione iconica assai popolare, fino a ridurla a un meme di facile impiego, che ha finito per esaltarne la concettualità visiva globale a discapito di un’effettiva lettura dell’opera nei suoi particolari.

 

C’è sempre qualcuno che rialza e qualcuno da rialzare…

La libertà delle «figurine», delle «danzatrici», che intrecciano nude il loro movimento tra cielo e terra, nella loro ricercata semplicità fauves tiene insieme l’armonia della forma, la ricerca di contatti nell’intreccio delle mani per dare coordinamento al movimento e un particolare troppo spesso dimenticato ma messo in primo piano da Matisse.

La figura stilisticamente più aggraziata, pur nella semplicità delle linee e della purezza innaturale del colore, ricerca il contatto perduto con quella che pare caduta, espulsa dal vortice di vitalità della danza, e che pure tende la mano per potersi rialzare. Una «figurina danzante» che non teme di intrecciare le proprie mani con gli imperfetti e i caduti. C’è sempre qualcuno che rialza e qualcuno da rialzare…

Ciascuno di noi può scoprirsi in un attimo di consapevolezza di essere colui/colei che tende la mano e cerca il compagno/la compagna da reintegrare nel flusso della vita, oppure scoprirsi ginocchioni e a terra, bisognoso di quella mano per ricominciare a vivere, a sperare, forse a credere.

La libertà che crea e ri-crea, come nella Danza di Matisse, si salda sulla legge più profonda e più alta di ogni tradizione di uomini. Pur ponendosi come critica di ogni codice di giustizia, indirizza alla loro verità, quella verità che, spesso, può soccombere sotto la pesantezza inesorabile della legge. E restituisce grazia di movimento alla vita. Per vincere, nella tensione all’unità, ogni disgregazione e barriera pretestuosamente eretta a tutela della prerogativa del «proprio», così da ricomporre, integrando nella danza primigenia, anche chi è caduto e ha perso il contatto con l’altro/a.

 

La danza del credente

È questo l’amore-agape che «è Dio». L’agape che «non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità» (1Cor 13,6): gioisce con tutto ciò che è vero e vitale.

Questa «musica danzante» divina muove e fa muovere, perché rimuove l’ostacolo delle nostre paure: quando corregge è per indirizzare, per rialzare, per far ricominciare il movimento della vita.

Non per schiacciare sotto il peso di un’esistenza incomprensibilmente «gettata» nel mondo, ma per riaprire il quotidiano alla libertà delle sue creature; per creare connessione e appartenenza condivisa con il reale.

Se questo è il soffio di vita, lo Spirito, che il Crocifisso-risorto emette come ultimo, estremo e definitivo dono, ha la motilità, la vivacità e la forza dell’acqua, del vento e del fuoco, la fecondità della terra. Se la terra si unisce al cielo è perché il cielo per un attimo unico, che è inizio e pienezza, si è unito alla terra.

E sono le parole del Figlio e del Fratello che rivolge agli amici e alle amiche, quelli della prima ora, quelli di sempre e quelli dell’ultima ora, a rappresentare il segreto dinamismo della danza del credente: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,22-23).

 

La notte che danza tra cielo e terra

Da secoli la Chiesa canta nella notte pasquale l’Exsultet, il suo annuncio sulla notte dell’umanità e del mondo: deposto nella morte di un buio che l’inghiotte come una tomba, il seme sprigiona la sua potenza vitale definitiva.

La notte di un’impossibile metamorfosi per riaprire il desiderio di danzare tra cielo e terra, come le «figurine» di Matisse:

«Il santo mistero di questa notte sconfigge il male (fugat scelera),
lava le colpe (culpas lavat),
restituisce l’innocenza ai peccatori (reddit innocentiam lapsis),
la gioia agli afflitti (maestis laetitiam).
Dissipa l’odio (fugat odia),
piega la durezza dei potenti (curvat imperia),
promuove la concordia e la pace (concordiam parat).
O notte veramente gloriosa,
che ricongiunge la terra al cielo
e l’uomo al suo creatore (in qua terrenis caelestia, humanis divina iunguntur)».

Davvero troppo per una notte? Eppure sembra non bastare mai per le notti, queste notti del mondo.

 

 

da Blog Moralia

Pier Davide Guenzi

Teologo

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