Oggi, 15 aprile, nella Piazza Coperta di Salaborsa, Romano Prodi ha ricevuto dalle mani del sindaco di Bologna Matteo Lepore l’Archiginnasio d’oro, massima onorificenza che il comune di  Bologna assegna a personalità del mondo dell’arte, della cultura e della scienza. Questa la motivazione, votata dal Consiglio comunale il 25 marzo scorso: «Per il contributo scientifico nel campo dell’economia, che ha trovato positiva applicazione anche nei diversi incarichi di governo ricoperti; l’instancabile impegno profuso per animare una cultura delle istituzioni fondata su l’attiva partecipazione democratica, una cultura europeista e il profondo amore per la città di Bologna, centro propulsore e destino di tante sue iniziative, crocevia di relazioni, casa e culla di tanti affetti, che dalla sua dedizione generosa ha guadagnato lustro». Dal sito ufficiale www.romanoprodi.it riprendiamo il testo integrale dell’intervento pronunciato dal prof. Prodi a conclusione della cerimonia. (G. Mc.)

Una città che ha segnato la storia

Ringrazio il sindaco, la presidente del Consiglio comunale e i consiglieri che hanno votato questo riconoscimento che tanto mi onora. Proprio perché mi è stato conferito dalla Città di Bologna alla quale mi sento così profondamente legato. Una città che in grandi e importanti occasioni ha segnato la storia stessa, con la fondazione della prima Università dell’Occidente e l’esemplare Statuto dei diritti e delle libertà dei cittadini.

Una città che è stata per lungo tempo all’avanguardia delle attività produttive e che, in questo dopoguerra, ha trovato le energie per lasciarsi alle spalle lunghi secoli nei quali aveva forzatamente condiviso le difficoltà economiche e politiche del nostro paese.

Una città che ha posto le sue nuove basi politiche nella Resistenza, il cui ricordo è così vivo nel Sacrario che è sorto sulle mura che custodiscono questa sala. Una città che con la ricostruzione post bellica ha preparato la rinascita economica di cui ancora godiamo le positive conseguenze.

 

Qui dagli anni Sessanta

In questo sforzo di rinascita emergono in modo particolare gli anni Sessanta dello scorso secolo, anni nei quali si è strutturata la città così come noi ora la viviamo. Non solo perché sono anni che hanno segnato l’inizio di una nuova organizzazione produttiva (soprattutto industriale) che è stata anche modello per una parte cospicua delle imprese italiane, ma anche per la sua capacità di attrazione e inclusione di una grande quantità di nuovi cittadini provenienti dalle aree vicine e lontane dell’Italia.

Posso dire, infatti, di essere stato anch’io coinvolto in questo processo di inclusione quando, proprio agli inizi degli anni Sessanta, dopo gli studi a Milano e a Londra, sono entrato nella famiglia dell’Alma Mater con la quale, da allora e fino a oggi, il mio legame non è mai cessato. E sono questi gli anni nei quali ho cominciato ad amare Bologna e a sentirmi bolognese.

La trasformazione che ha accompagnato le altre città del nostro paese in uno sviluppo delle periferie spesso confuso e anonimo, a Bologna ha salvato la nostra collina e ne ha accompagnato la crescita con infrastrutture che sembravano allora visionarie, sulle quali abbiamo invece vissuto per molti decenni.

 

Anni di progetti e trasformazioni…

Dopo la Fondazione per le scienze religiose e il Palazzo dello sport negli anni Cinquanta, sono nati negli anni Sessanta l’aeroporto, la Cineteca, la Fiera, la tangenziale (la prima by pass road italiana), il piano delle case popolari, il completamento del progetto delle Chiese di periferia del card. Giacomo Lercaro, il laboratorio di energia nucleare di Monte Cuccolino… E nel 1963, proprio mentre mi accingevo a diventare cittadino bolognese, le nostre strade hanno assistito all’ultima corsa del tram.

Una trasformazione avvenuta in un periodo di forti tensioni politiche, con un’accesa contrapposizione fra democristiani e comunisti. Ricordiamo le così diverse ed evocative personalità di Giuseppe Dossetti e Giuseppe Dozza, ugualmente dedicati al buon governo della città, insieme a un nucleo dirigente capace non solo di prendere decisioni concrete, ma anche di condurre la riflessione e il dialogo, talvolta anche lo scontro, non sugli interessi di breve periodo, ma sui grandi problemi del futuro della nostra città.

 

…e di forte confronto culturale

Sono gli anni in cui il Comune, la Camera di commercio, l’Università, le istituzioni legate al sistema bancario, le rappresentanze imprenditoriali, i sindacati e le associazioni di volontariato hanno reso compatibile la convivenza fra una forte contrapposizione politica e un’azione comune per il rinnovamento e la modernizzazione della città.

Questa attività costruttiva era accompagnata, in modo spontaneo, da un forte confronto culturale che, a differenza di quanto avveniva in tante altre città, non si limitava all’ambito strettamente politico, ma coinvolgeva strutture che hanno avuto capacità innovative ed esemplari per l’intero paese. Il Mulino e la neonata Facoltà di Scienze politiche hanno messo in cucina sapori che non erano mai stati combinati fra loro in Italia.

Mi viene spontaneo elencare realtà nelle quali ho avuto la fortuna di immergermi e dove ho potuto dialogare, discutere e soprattutto imparare, da persone che hanno segnato un’impronta indelebile su tutta la mia formazione. Ho forse imparato più cose chiacchierando sotto i portici di Strada Maggiore con il professor Andreatta, che leggendo e rileggendo mille trattati di economia.

 

La familiarità con i colleghi e gli amici

Per non parlare della continua familiarità con i colleghi e gli studenti dell’Università, ai quali si deve aggiungere la consuetudine degli incontri con Riccomini, Emiliani, Raimondi, Evangelisti e tanti altri, tra i quali Umberto Eco con cui ho avuto l’opportunità di essere, anche se per breve tempo, collega di insegnamento. Così come sono state di importanza fondamentale le infinite giornate dedicate a sezionare i particolari della politica interna e internazionale con Arturo Parisi, Giulio Santagata e gli altri amici che hanno condiviso con me la vita politica. Mi fa inoltre piacere ricordare l’impronta che alla mia formazione hanno impresso i miei fratelli maggiori Giorgio e Paolo. E con Paolo ho il piacere di condividere l’onorificenza che oggi ricevo.

Certo Bologna, dopo quel periodo così speciale, ha molto progredito anche in seguito. Sono nate strutture di grande significato. Basti pensare al Mast, alla Fondazione Golinelli, alla Bologna Business School, al DAMS, alla Biblioteca italiana delle donne e alle tante esperienze di volontariato e associazionismo che sempre hanno reso così particolare la città di Bologna. A conferma che la vitalità di una comunità emerge soprattutto quando si lavora insieme fra chi pensa, chi rende operative le idee e chi le mette in atto.

 

Non per caso qui è nato l’Ulivo

Non mi sembra quindi casuale che la proposta dell’Ulivo sia nata qui a Bologna, in quest’unica composizione fra idee, passione politica e fiducia nelle possibilità di incidere positivamente nella vita politica italiana. Non il pensiero di una sola persona, ma la sintesi di un fermento culturale, reso possibile dalla capacità di attenzione e di dialogo a cui eravamo spontaneamente abituati. Un’atmosfera così avvolgente per cui, nonostante i lunghi anni di Roma e Bruxelles, ho voluto sempre rimanere ad abitare qui. E se mi chiedeste qual è stato per me l’aspetto più gradevole dei nuovi strumenti di comunicazione, vi risponderei che è stata la possibilità di leggere, ogni giorno, la cronaca di Bologna, fossi io in Cina, a Bruxelles, in Rhode Island e, con qualche difficoltà, anche in Mali.

Con l’accordo e la spinta di Flavia non ho mai portato la residenza della nostra famiglia fuori Bologna. Giorgio e Antonio, i miei figli, sempre alla scuola di quartiere, sicuri di non poter trovare altrove quello che avevamo qui. Una scelta di cui non mi sono mai pentito, anche quando il passaggio del tempo ha cambiato tante cose, ma non il legame con la città e gli amici di sempre. E mi auguro che, anche in futuro, queste naturali consuetudini possano ancora accompagnare tutti noi, nella buona e nella cattiva sorte.

 

Un tessuto da ricucire

Non è questo un traguardo naturale: oggi, infatti, viviamo in un mondo, e specialmente in un paese, in cui questi legami si sono spezzati. Sono sempre più rare le idee e le proposte, si fatica a stare insieme e si è persa la spinta a essere operativi.

Questo tessuto strappato deve essere con pazienza ricucito, ricorro qui al verbo che sempre Flavia usava, se vogliamo essere in grado di interpretare il momento in cui viviamo. Viviamo infatti in una città che dovrà affrontare la grande sfida per rinnovare le strutture di allora, non più in grado di reggere le esigenze di oggi, ma che è costretta a misurarsi con un cambiamento tecnologico di portata mai vista per dimensione e rapidità.

Costretti a navigare in un mondo nuovo nel quale, come il sindaco si è reso perfettamente conto, siamo chiamati a ricostruire tutto, compresi il tram e i canali. Ma dobbiamo rinnovare tutto.

Ogni cosa sta cambiando intorno a noi, con le rivoluzioni tecnologiche, con l’intelligenza artificiale, con la competizione politica, economica e scientifica fra i continenti.

 

Uno dei più grandi centri di calcolo

I forti legami con l’Europa e le proposte politiche lungimiranti delle amministrazioni locali, comunali e regionali, ci rendono però possibile essere protagonisti e non semplici spettatori di queste trasformazioni.

E credo di essere un buon testimone di quanto siano sempre stati importanti, e lo siano ancora di più oggi, i continui, stretti e attivi legami con l’Europa.

In questa linea di cooperazione europea è infatti nata, e molto si deve sviluppare in futuro, una nuova realtà che, facendo perno sui grandi super computer localizzati intorno all’antica Manifattura Tabacchi, potenzierà la capacità scientifica oggi esistente nell’Università, nel CINECA, nel CNR e nel nuovo che sta nascendo, come l’Università delle Nazioni Unite e il Data Center per le previsioni meteorologiche a medio termine.

Questa è la grande occasione che ci offre la storia: immergerci da protagonisti nella nuova Europa. In tutto il continente saremo uno dei più grandi centri con la capacità di calcolo necessaria per affrontare le nuove esigenze delle università, dei centri di ricerca, delle imprese e delle pubbliche amministrazioni.

 

Il nuovo Archiginnasio

Nostro compito è costruire intorno alla ex Manifattura Tabacchi il nuovo Archiginnasio. Costruirlo in modo da farlo vivere da coloro che lo dovranno abitare e da tutta la città. Quindi non solo dovranno sorgere i nuovi studentati, ma anche le residenze dei ricercatori e le scuole internazionali per i loro figli. Dovremo anche reinterpretare, all’altezza di questo XXI secolo, i collegi medievali che portarono a Bologna i preminenti studiosi da ogni parte d’Europa e, dopo il XVI secolo, anche dai nuovi mondi. Mi ha sempre emozionato vedere nel portico dell’Archiginnasio lo stemma del primo studente d’oltre Oceano, arrivato a Bologna nel 1601 dal lontano Perù.

In questi nuovi collegi, studiosi e ricercatori americani, cinesi ed europei dovranno avere la possibilità di trascorrere periodi di permanenza nei quali i diversi saperi si possano fra loro contaminare e interagire con le tante strutture di studio e ricerca della nostra città.

Non parlo solo dei campi strettamente scientifici, ma di tutto l’ambito del sapere e della conoscenza. Nel rispetto del nostro DNA, questa nuova Bologna non può essere separata dalla vita cittadina, ma deve immergersi in essa e vivificarla come è stato per la nostra Università fin dall’epoca del Medio Evo.

 

Attrarre intelligenze

La città si attende che la nuova Bologna nasca con una visione, anche architettonica, che ambisca a collegarsi idealmente al senso di bellezza che si è costruito nei secoli attorno alla Bologna medievale.

Non è certo una sfida da poco. Pensiamo solo a chi percorre quella che è simbolicamente la strada degli studenti: via Zamboni. Dalle Due Torri ai capolavori dei Carracci di Palazzo Magnani, da San Giacomo Maggiore agli splendidi affreschi di Santa Cecilia, per arrivare agli incredibili musei dell’Università, fino all’Accademia delle Belle arti e alla Pinacoteca.

Il nostro futuro è nell’attrarre nuove intelligenze, non solo utilizzando cultura, ma producendo cultura.

Quindi mettere in stretto rapporto di collaborazione tutte le strutture che producono e produrranno cultura, legandole alle nostre imprese e collegandole agli equilibri economici e sociali della città: non attrarre solo studenti, ma con essi tanti e tanti professori e scienziati.

Ed è una trasformazione che dobbiamo mettere in atto sapendo che, nel grande oceano del nuovo mondo, non siamo certo una nave grande, ma possiamo e dobbiamo essere una bussola in grado di contribuire a indicare la direzione.

 

Una città di anziani, uno spazio per i giovani

Tutto questo con la consapevolezza di non vivere più in una comunità di giovani, ma, come ormai avviene in tutto il paese, in una società di anziani.

Una città in cui l’età media degli elettori (escludendo quindi coloro che hanno meno di 18 anni) supera di molto i 60 e si sta avvicinando ai 70 anni. Non è facile quindi per noi, elettori anziani, essere in grado di interpretare i problemi, le esigenze e soprattutto le potenzialità dei giovani. È tuttavia questo il nostro compito principale.

Non è una sfida solo per Bologna e noi stiamo anzi affrontandola forse meglio di altri. In ogni caso dobbiamo indirizzare ogni nostra energia nell’interpretare un futuro così diverso. Basta solo riflettere che, in una città con 190.000 unità abitative, ne abbiamo 70.000 occupate esclusivamente da anziani. Armonizzare i grandi benefici portati dal turismo con le nuove esigenze della città, è forse la sfida più difficile, sfida che va affrontata e vinta. Al fiume di innovazioni che sta arrivando dobbiamo rispondere con una rinnovata capacità di gestire questo mondo che non può crescere senza creare spazio per i giovani. Le nuove generazioni debbono poter avere le stesse opportunità che io stesso ho trovato quando arrivai qui a Bologna.

 

Lavorare tutti insieme

Compiti così complessi non possono essere svolti da strutture e istituzioni che agiscono separatamente. Per Bologna non dovrebbe essere difficile lavorare tutti insieme. Il nostro compito non è però semplicemente inserire qualcosa di nuovo in un contesto stabilizzato. Si tratta di fare nostri i nuovi modelli di riferimento e i modi di operare di una città ormai profondamente inserita in Europa e aperta al mondo. L’Università, le fondazioni, le organizzazioni produttive, le associazioni di volontariato, i sindacati, le imprese, le pubbliche amministrazioni e tutte le cittadine e tutti i cittadini sono chiamati, insieme a chi rappresenta l’intera comunità, a raccogliere idee e a organizzare il consenso necessario per costruire il futuro.

Prima di concludere non voglio trascurare di ricordare le ferite che la nostra città ha sofferto nella sua storia più recente: il 2 agosto, il Salvemini e l’Italicus. Bologna, nonostante così profondamente colpita, ha saputo raccogliersi, unirsi e lottare per il ripristino della verità. Oggi resta per ciascuno di noi l’impegno a non dimenticare.

 

Occasioni, affetti, legami: il tanto che ho ricevuto

Sono queste le riflessioni che mi sono con naturalezza venute in mente nell’accogliere il riconoscimento che oggi mi viene conferito. Nel ripensare a quanto la città mi ha dato, mi accorgo che ho ricevuto più di quanto sono stato in grado di restituire. Non solo sul piano delle occasioni che si sono trasformate in opportunità, ma sul piano degli affetti e dei legami che, in questi lunghi anni, mi hanno sempre accompagnato. È questo il grande dono di vivere in una comunità che ha voluto essermi vicina, con affetto e partecipazione, in ogni momento della mia vita pubblica e privata.

C’è ancora una sola cosa da aggiungere. Un’appendice importante: questa città merita di conquistare la Coppa dei campioni, in ogni campo.

Romano Prodi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap