Commento alle letture per la liturgia della IV Domenica di Pasqua

At 4,8-12; Sal 117 (118); 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Il Vangelo di questa domenica ci presenta il «pastore bello», quello che nelle nostre traduzioni risulta essere il «pastore buono»; in realtà l’idea sottintesa è che la vera bellezza è espressione di bontà e, viceversa, ciò che è buono non può che essere anche bello. 

La frase su cui però vorrei soffermarmi è questa: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Secondo quanto Giovanni scrive, Gesù sembra alludere a «pecore» che sono fuori dal recinto, pecore di cui egli si sente non solo responsabile e guida, ma in qualche modo «mezzo» attraverso cui i diversi greggi possono raggiungere un’unità.

Di quale altro/i gregge/i si tratta? È probabile che Giovanni alluda al mondo pagano, per cui se da una parte Gesù è chiamato a essere il «pastore» di Israele, dall’altra anche coloro che, provenienti dalla gentilità, «ascolteranno la sua voce» saranno chiamati a seguirlo e a divenire un unico gregge-popolo. 

Questo, che può essere il significato più immediato e, forse, più vicino alle intenzioni dell’autore evangelico, non preclude un’amplificazione del messaggio, dato che l’evangelo, sicuramente scritto per una determinata comunità, ha in sé una forza che oltrepassa i limiti della storia e della geografia e raggiunge anche il lettore di oggi, anche il nostro tempo. 

Se guardiamo all’oggi della nostra storia non è difficile identificare i diversi greggi che riconoscono Gesù come il loro pastore; mi riferisco alle diverse Chiese e Confessioni cristiane che nei secoli hanno preso vita e «istituzione». Tra loro più che l’unità, ciò che emerge – e non solo, purtroppo, a prima vista – sono le differenze, che a volte appaiono come muri invalicabili.

Chi è un po’ addentro al dialogo ecumenico conosce la fatica e le difficoltà del semplice mettersi insieme attorno a un tavolo o della stesura di un documento comune. Qualche tentativo ben riuscito lo si ha quando a mettersi insieme non sono le «istituzioni ufficiali» ma i singoli credenti, le «pecore semplici», per usare la metafora evangelica, come accaduto per l’ultimo documento del Gruppo teologico del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) pubblicato in Regno-doc. 1,2024 dal titolo: «Donne e Chiese: tra discriminazione e uguaglianza».

Ma tornando alla pagina evangelica, che cosa permette alle pecore appartenenti ai diversi «recinti» di riconoscersi in un unico gregge? Il testo è esplicito: «Ascolteranno la mia voce». L’unità che Gesù crea non è data dall’uniformità delle pecore, non viene chiesto loro di entrare tutte nello stesso recinto, ma è data dalla sua persona, dalla sua voce, riconosciuta come la voce di colui che è l’unico e solo pastore «bello»; ed è anche l’unico che davvero conosce le sue pecore e può dare la sua vita per loro. 

L’unità è possibile allora se c’è un vero e autentico ascolto della parola del Signore, se in ogni recinto essa è riconosciuta come tale e posta al centro e se ogni gregge riconosce e accoglie la vita che solo il «pastore» può donare. Al contrario, se la voce del pastore è sovrastata dalle voci che si levano dai singoli recinti il rischio è proprio la morte, l’impossibilità di ricevere la vita che il Signore dona, la distanza da quel centro e la lontananza da quel legame basilare che esiste tra il pastore e ciascuna pecora. 

È proprio questo singolo e particolare legame tra il pastore e le sue pecore che, senza appiattire o uniformare, garantisce la singolarità e le differenze, non solo di ogni gregge, ma di ogni pecora.

Molto esplicative a tal proposito sono le parole di Doroteo di Gaza, che nel VI sec. d.C. così immaginava perfino la realtà di tutto il mondo: «Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che desiderano avvicinarsi a Dio camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio».

Ester Abbattista

Biblista

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