Un podcast, anzi due. E siamo sempre allo stesso punto. La domanda che ritorna è: perché in Italia la questione pedofilia nella Chiesa cattolica non scoppia? I casi non mancano.

Nel 2022 ci misero la firma Iacopo Scaramuzzi e Alvise Armellini, con il podcast intitolato La bomba promosso da Il Post.

Oggi, nell’area del blog Appunti, ne parlano Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn con un altro podcast, intitolato La confessione.

Il primo presentava 3 casi italiani, quello di don Ruggiero Conti, parroco a Porto Santa Rufina e condannato a 14 anni e 2 mesi; quello di don Mauro Galli, condannato a 3 anni a Milano; e infine quello di una donna, vittima, che ha chiesto l’anonimato e che ha potuto e voluto denunciare solo alla Chiesa le violenze del suo aguzzino, violenze che la sua mente ha rimosso per quasi 40 anni.

Il secondo ricostruisce tramite interviste e gli atti processuali la vicenda di don Antonio Rugolo, prete della diocesi di Piazza Armerina, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi lo scorso marzo. E di come questa vicenda abbia connessioni con il caso della nomina a vescovo ausiliare per l’arcidiocesi di Palermo del cappuccino Giovanni Salonia (cf. episodio 5).

 

Il catalogo degli errori

Nelle sue 6 puntate La bomba ha cercato di rispondere all’annosa domanda sul perché in Italia si fatica a far luce sulla vicenda nel suo complesso, sul perché non si sia arrivati – ormai quasi unico caso in Europa – a una commissione d’inchiesta e anche sul perché la stampa sembra occuparsi del tema priva di memoria, senza approfondimenti: magari qualche servizio scandalistico e poi solo piccoli trafiletti di cronaca.

La Confessione mostra invece in 7 puntate, con impietosa evidenza, il catalogo degli errori più classici (e madornali) che ormai sono elencati come da evitare in tutte le linee guida delle conferenze episcopali di ogni angolo del mondo: vittima inascoltata e poco creduta; vescovo che prende tempo e riferisce innanzitutto all’accusato che si sta indagando su di lui; l’accusato trasferito di diocesi e lì accolto (nel caso, a Ferrara); un’indagine previa diocesana di cui non si conosce l’esito; indulgenza massima per tutti gli atti sessuali che non sono strettamente dei «rapporti»; offerta di soldi – presi dai fondi Caritas, dicono le intercettazioni – per tacitare la vittima ma anche per venire in soccorso dell’accusato e della sua famiglia; difesa dell’accusato a oltranza sino a descriverlo come un martire; improvvidi elogi da parte del papa (cf. l’udienza del 23 novembre scorso; anche per un noto caso cileno successe lo stesso nel 2018: cf. qui e qui) al vescovo che di lì a poco verrà sentito in Procura…

 

Una questione sistemica

Sulla questione sistemica La bomba cerca di chiarire perché uno dei capisaldi che in questi 30 anni di lavoro sul tema è stato dato per assodato – che, cioè, uno dei principali motori che fanno accendere una luce sulle violenze è il giornalismo d’inchiesta – non valga per l’Italia. Nel nostro paese – anche secondo quanto affermava nel podcast Rachel Donadio, già corrispondente in Italia per il New York Times – la stampa italiana non avrebbe la funzione di «cane da guardia» della libertà d’informazione, ma sarebbe più preoccupata di rispondere ai propri editori e ai propri referenti politici. Il giornalismo italiano insomma sarebbe più parte del sistema, anche ecclesiastico, che un osservatore critico.

Nel 2010, all’udienza in tribunale per don Conti, Donadio era presente a fianco di ben pochi giornalisti italiani, rischiando – tra l’altro – di subire delle aggressioni vere e proprie da parte della fazione di parrocchiani favorevole all’accusato, che non voleva che il prestigioso quotidiano parlasse male di loro! (ma anche il caso Enna presenta qualche analogia per i cronisti che ne parlarono per primi).

Sulle pagine del Regno abbiamo anche pubblicato – senza contare che ne scriviamo dagli anni Ottanta, quando tutti ci consideravano marziani per questo – un testo di Hans Zollner e Peter Beer, due tra i massimi esperti ecclesiali delle dinamiche della pedofilia, che vi mettono in luce 5 dinamiche psicologiche che stanno alla base dell’atteggiamento negazionista delle violenze e degli abusi nella Chiesa. L’atteggiamento di chi minimizza, di chi pensa innanzitutto a salvaguardare il buon nome dell’istituzione, e, soprattutto, guarda con fastidio alle vittime…

 

«Dio nelle vittime»

«Dio nelle vittime» era il titolo di un editoriale pubblicato sul Regno nel lontano 2010, quando sembrava che il disvelamento del caso Irlanda stesse scuotendo profondamente la barca di Pietro. Oggi La Confessione arriva a raccontare fatti che toccano il presente. E se si è arrivati a una vera sanzione dell’accusato, lo si deve solo al fatto che Antonio Messina, una delle vittime, ha denunciato don Rugolo presso le autorità civili.

Insomma, le vittime non sono credute: i loro racconti sono, appunto, in-credibili, dolorosi, pieni di rabbia, scuotono fino alle radici la struttura gerarchica ecclesiale, la quale – di fatto –  cerca di accompagnarle alla porta.

E non ci si può lamentare del fatto che – sono le parole di mons. Charles Scicluna, a lungo promotore di giustizia presso quello che è oggi il Dicastero per la dottrina della fede – le vittime tendano a diventare una «corporazione»: in fondo, si può dire che si hanno le vittime che si meritano; se diventano anticlericali o se si fanno sponsorizzare dalle lobby anticlericali – spesso è così – è perché ne hanno molte ragioni.

Oggi in Italia in tutte le diocesi è stato istituito un Servizio di tutela dei minori, accanto al quale dovrebbe esistere un Centro d’ascolto, il luogo preposto all’accoglienza delle denunce di vittime. Come abbiamo visto nel 2022, con il I Report sull’attività di prevenzione e formazione di questi organismi, il bicchiere si poteva considerare «mezzo pieno». Non così con la Seconda rilevazione sulla rete territoriale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili presentata l’anno dopo: ancora i Centri d’ascolto sono in metà delle diocesi italiane (del Nord), non hanno uno statuto chiaro e non godono di quella terzietà che fa da ponte tra la vittima e l’istituzione.

 

Guardare al passato per dare futuro

Ultima questione: come la storia delle tante vittime ci ha insegnato, in questi casi il tempo non guarisce le ferite, anzi. Molti vescovi ancora dicono di non sapere come gestire i casi o demandano tutto a un avvocato perché li tuteli. Tanti sono impauriti dal fare il passo d’affidare a una commissione esterna lo studio storico dei casi e forse è anche per questo che quello annunciato ormai due anni fa dalla CEI non è ancora alle viste.

Bolzano-Bressanone – di cui parlava anche La bomba –, diocesi culturalmente e linguisticamente legata ai paesi d’aerea germanofona, ha strutturato un percorso, intitolato «Il coraggio di guardare». Questo è «il primo progetto della Chiesa italiana» per uno studio sugli archivi diocesani tramite esperti esterni e interni alla Chiesa che non solo abbia uno scopo conoscitivo ma che porti anche a un «completo processo di trasformazione organizzativa».

Altro segnale positivo è che alla presentazione, il 10 aprile a Enna, de La Confessione hanno partecipato tante persone, anche tanti christifideles laici della diocesi. Basterà la loro indignazione per cambiare registro?

Quante altre storie di vittime inascoltate dovremo ancora raccontare? Di quante altre raccolte di firme, manifestazioni, assemblee e proteste dovremo dare conto?

Come affermava la donna intervistata da Armellini e Scaramuzzi: «Vorrei [che la Chiesa avesse] l’umiltà che è richiesta a noi vittime». Loro non hanno potuto scegliere.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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